Saragio Tatti

Cit.

“Hab begehrt nach Rang und Namen

Langem Leben Hab und Gut

Nun wo ich Nichts will haben

Bin ich frei und habe Mut”

girasole

 “Nous préférons la pauvreté dans la liberté à l’opulence dans l’esclavage.”

Ahmed Sékou Touré.

.

“Romantico e drammatico è l’amore.”  KlarST

.

.fiducia

Anche se non ci conosciamo personalmente

La fiducia oltrepessa ogni distanza

E vince

Distingue la gente sincera

Dai fasulli..

. . . .

Nelle discussioni amo sempre dire:

L’Africa agli Africani,

l’Arabia agli Arabi,

L’Italia agli Italiani

con reciproco rispetto delle culture.

Sono stato in diversi paesi all’estero e mi sono sempre sentito italiano. L’origine non si nega. Però legalmente e integrato.

Maat

maat

vérité, justice, ordre, harmonie

NON HO CAPITO

non serve un meteorologo per capire da che parte tira il vento

Come nacque il ricordo

 

Copyright © Stefano Tamburini Saragio Tatti 2015

Volendo esercitare la mia memoria restando tranquillamente al “canto del foco” in mezzo alla macchia mediterranea dell’Alta Maremma i miei pensieri naturalmente tornano ai primi ricordi dell’infanzia trascorsa nell’Appennino Tosco-Emiliano.

Da li sono passati tanti anni, più preciso decenni con lunghi soggiorni all’estero. Svizzera, Francia, Nord Africa, Canarie e Inghilterra solo per menzionare le tappe principali.

Ma torniamo ai castagni della montagna Pistoiese. I ricordi più persistenti sono l’ambiente, noi bambini.parlo della età di 5-6 anni, che si andava nella “Forra” con la forchetta schiacciata a pescare i “Broccioli” o si cuoceva dentro una lattina le “Balloccie”,castagne incise e lesse. Altra meta preferita i “Camponi”, piccole terrazze disboscate e strappate alla montagna dove durante la guerra venivano coltivate granturco e patate. Era dove si sognava le grandi avventure mentre i Falchi cerchiavano sopra di noi

Situati sotto il bosco di faggi e abeti del Teso situati all’altezza di  900 metri sopra il livello del mare i piccoli borghi che prendevano il nome da diversi cognomi e dove ogni borgo raggruppavano una decina di famiglie venivano comunemente chiamate “Case Alte”

Dei miei genitori in quel periodo non ho ricordi. Da ambo i lati erano di famiglia numerosa, 6 figli sia da una parte che dall’altra e diversi  erano stati obbligati all’esodo seguendo le tracce di tanti altri e così emigrando nel nostro caso in Svizzera.  Mia sorella di due anni maggiore fu affidata ai nonni parte paterna e io ai nonni parte materna.

Nonno  Cesare come l’abbiamo sempre chiamato , personaggio che quando ritornò in patria dopo la morte dei genitori nelle miniere di carbone in America si presentò in comune per però apprendere che si chiamava Lorenzo. Ripartì poi come carbonaio in Corsica.  Infine anche lui si creò un suo piccolo ambiente agricolo scassando manualmente la mia amata “Forra” dove allevava e coltivava tutto per il fabbisogno della sua famiglia. La forra anche chiamata forra matta per via del impeto durante le forti piogge era come già detto uno dei miei luoghi preferiti. Ci si accedeva tramite un Ponticino di castagno. Costruito con cura perché ci si doveva passare anche con la carrozzina della mia nonna, ormai invalida. Orto, galline, conigli, il ciuchino con la sua capanna stile boscaiolo e anche due vasche per l’allevamento trote. Tra casa e forra dopo una piccola deviazione si giungeva nella Lama dove si trovava “le scuole”, che poi era un edificio con due stanze dove si ritrovavano i quindici bambini delle borgate suddivisi in cinque classi. Anni 1960 per definire il tempo. La casa dove ormai abitavamo ormai solo in quattro persone essendo i figli tutti  emigrati, nonno Cesare, nonna Giovannina e zia Graziella, l’unica rimasta in patria che amava molto Lucio Dalla e me stesso. La vita di  si svolgeva principalmente in cucina. Classica con la stufa a legna, lavandino con finestra, tavolo centrale e dietro una piccola porta la dispensa. Anticamente aveva anche un forno per il pane che però era stato eliminato per avere più spazio nel soggiorno, stanza di passaggio che non ho mai visto occupata. Una ripida scala in mattoni sempre lucidi dopo gli interventi della zia portava al piano superiore con il bagno e tre camere occupate da noi quattro.

L’altro borgo che vivevo si trovava a poca distanza. Uscivo da casa passando accanto al metato dove in autunno di seccava le castagne per poi trasformarle in farina e scendevo una piccola discesa accanto alla stalla dove cerano il maiale, una pecora e una capra per arrivare all’Aia, proseguivo verso la forra lasciando le scuole a sinistra e ignorando il ponticello che portava all’orto, proseguivo arrivando sulla strada principale dove c’era la Bottega, appalto multifunzionale che aveva anche una sala bar dove gli uomini giocavano a carte. Era il luogo di ritrovo degli abitanti dei borghi. Da li avevo due possibilità per arrivare alla mia casa nativa. O la lunga passando dal curvone o la più ripida, um sentiero incassato che seguiva il corso dell’acqua per poi dopo un chilometro arrivare all’altro borgo più im alto dove abitavano i miei nonni paterni. Casa immensa, cosi almeno mi pareva, ma i miei ricordi vanno a nonno Tamburini personaggio molto stimato che era stato anche cofondatore della banca artigiana e anche lui si occupava di piccole terrazze dove a   parte dell’orto aveva una grande passione degli alberi da frutto. Della mia nonna Isola, nata durante una transumanza vicino a Orbetello.  come si chiamava sicuramente per evitare il nome reale che era Ildebranda. Ricordo bene la cucina con la madia della farina dolce dove ogni tanto prendevo un pezzetto, come vedo ancora nonna Isola con le forme sopra la stufa mentre preparava i Necci che poi avvolgeva riempiti di ricotta. Però passavo la maggior parte del tempo con i miei amici di età. Si andava nei camponi o nei castagneti a quel periodo curati e anche puliti dalle foglie per facilitare il raccolto. Del periodo scolastico durato in Italia solo due anni ho pochissimi ricordi ma già si presentava una prevalenza e preferenza per le tabelline come più tardi per la matematica   e il rifiuto dell’ora di religione. All’improvviso i miei genitori decisero di farci congiungere in Svizzera. Ricordo bene come nella chiesa  del paesino in valle  alla mia prima comunione fu aggiunta nello stesso giorno la cresima e dopo pochi giorni  mi trovai su un banco di scuola im un paesino di lingua tedesca alle rive del lago di Zurigo . Era un paesino di settemila abitanti di quale duemila italiani. Mio padre che già era arrivato con una specializzazione e lavorava sempre. Lo vedevo solo per la cena la sera e poi dovevo andare  letto. La mattina partiva prima che ci alzassimo e cosi  solo  la domenica quando si partiva con le famiglie amiche  per le scampagnate ci poteva dedicare un po’ di tempo e di educazione e l’apprendimento del gioco degli scacchi. I nostri amici connazionali erano del nord. Lombardi  e Veneti.

L’integrazione fu facile. Come primo mi avevano fatto riiniziare dalla prima elementare. In Svizzera si inizia le scuole un anno dopo che in Italia, cosi mi trovai con un anno in anticipo, il mercoledì pomeriggio avevo lezioni private di tedesco da un maestro in pensione e il mio compagno di banco era il mio cugino già bilingue. Già dopo un anno venni anche votato anche in lingua tedesca.  Essendo, modestia a parte, un po’ più sveglio  o forse più spavaldo dei miei amici non ebbi mai problemi d’integrazione, sicuramente anche grazie alla gentilezza del carattere svizzero. Anche le abitudini del tempo libero non variarono di tanto.. I pomeriggi liberi passavano con le stesse scorrazzate nei boschi. Si aggiunge però l’esperienza del lago e presto mi appassionai per la pesca. Poi arrivò anche la passione per gli sci.

La caserma…

Sul fatto che la qualità di vita in Svizzera è superiore non esiste nessun dubbio. Così  passai una gioventù senza problemi. La scuola non mi poneva nessuna difficoltà e il tempo libero lo passavo divertendomi sia con la pesca o rinfrescanti notate nel lago .

Il persico e un pesce   prelibato  La pesca al Persico  consiste a intercettare il momento in quale  in branco cacciano i pesciolini. Sono dei momenti molto brevi poco dopo l’ alzare del sole. In questi momenti è sufficiente lanciare l’ esca, la mia preferita era una strisciolina di cuoio morbido, e reagire istantaneamente all’abbocco. Come detto durava solo pochi minuti e il resto della mattinata    proseguiva principalmente bagnando i lombrichi. Una volta tornato a casa filettavo i pesci che mangiavamo con piacere.

d’inverno con lunghe discese con gli sci. Prendevo il treno e poi la funivia per poi discendere per ore fino davanti a casa.

Arrivò anche il grande Amore. Con le famiglie amiche spesso si partiva anche in vacanza. Meta preferita era la costa adriatica dove grazie al cambio ci si poteva permettere lunghi periodi. Ma il più bel ricordo è senza dubbio il viaggio in Spagna in vicinanza di Tarragona. Una piccola baia con una bellissima spiaggia chiusa ai lati da scogliere con una multipla e variopinta  varietà di pesci e molluschi. Mi divertivo con lo snorcheling dove galleggiando e vedendo sotto la limpidissima acqua si può pescare a scelta. Fu cosi che conobbi una bellissima sirena dei mari del nord che come me era a Torredembarra. Il famoso colpo di fulmine. Una ragazza molto donna. Da quel momento non esisteva più mondo all’infuori di Regina. Veniva da una città del nord della Germania  e non si vedeva il momento di avere del tempo insieme. Aveva  un corpo perfetto, la mente aperta,   un sorriso solare e occhi splendenti che mi facevano palpitare il cuore. Lunghe passeggiate di notte sotto le stelle cadenti. Ma anche i nostri desideri furono interrotti dalla fine delle vacanze. Addio straziante, avevamo quindici anni.

Ebbi fortuna anche trovando un posto di apprendistato di radiotecnico nella stessa strada dove abitavamo. Gli studi proseguivano bene e su consiglio dei miei insegnanti mi  specializzai anche in organizzazione aziendale per praticarla poi in diverse ditte importanti. Fine anni sessanta inizio anni settanta periodo senza problemi finanziari e di lavoro con tante libertà morali e sessuali. Era il periodo dove si abitava in stanze vuote con solo un materasso e un impianto musica con minimo cento watt. Le scappatelle ci portavano al famoso Bunker di Zurigo, rifugio antiatomico messo a disposizione dei giovani dove tutto era permesso. Nella stessa città vidi anche i Rolling Stones. Altra meta Montreux dove si esibivano i grandi artisti della scena Rock o in Marocco per approfittare di certe libertà. Io personalmente amavo molto l’entroterra della Costa Azzurra. Preferivo le donne più grandi e trovavo le ragazze troppo giovani troppo figose e poco focose.

In paese ormai eravamo un gruppo di amici e amiche cresciuti insieme con tendenza alternativa pur facendo parte integrante del sistema. Passavano il nostro poco tempo libero con festini e a discutere sulla vita ideale vicino alla terra.

Il Gottardo. Mi ero permesso un abbonamento generale per tutta la rete ferroviaria svizzera. I fine settimana  spesso  partivo per la Montagna. Una mattina da solo scesi dal treno a Airolo e mi misi in cammino. Era primavera e la neve si stava sciogliendo e cosi con il mio sacco da montagna iniziai l’ ascesa. Già dopo qualche chilometro di stradello che passava per parte in Zona militare. Il Gottardo è come un gruviera. Infatti vidi anche una larga entrata militare con apposita pista che spariva nella montagna. La bellezza di queste passeggiate e naturalmente la vista. Cosi arrivato a un pianello dove c’era ancora un bello strato di neve mi sporsi al bordo per gustarmi la vista sulla valle. Fu un attimo. Mi trovai sospeso solo rimasto attaccato al sacco e sotto di me un baratro di centinaia di metri. Non so quanto durò questo calvario ma tutta la vita mi passo davanti agli occhi. Con freddezza riuscì piano piano a girarmi. Ricordo che dopo aver scavato sotto la neve gettai i guanti e riuscì ad aiutarmi reggendomi a dei ciuffi d’erba e delle  radici. Era una placca di neve ancora compatta che era scivolata  fuori dal bordo. Arricchito di una nuova esperienza ripresi la discesa e solo arrivato in valle mi resi conto della fortuna che mi aveva assistito.

Il grande deblog arrivò durante la prima crisi del petrolio. Ero nel frattempo capo fabbricazione nella forse più importante ditta di registratori professionali. Il mio compito non era solo la distribuzione degli ordini ma anche la gestione e valutazione del personale. In poche parole quello che arriva sempre più tardi a lavoro e rimprovera quelli che hanno timbrato rosso. Già scocciato vedendo che gli ordini non diminuivano e obbligato a diminuire il personale costringendo a maggiore produttività una scena mi dette il colpo finale. Era arrivato un esperto dalla ditta principale che criticava una operaia perché dovendo unire due pezzi perdeva secondo lui tempo guardando prima al pezzo da una parte e dopo a quello dall’altra. Capi che questa società non era parte di me. Dopo il dovuto periodo di licenziamento mi trovai Libero. Una decisione che non ho mai rimpianto

Una cosa era sicura, volendo uscire da questo sistema l’unica possibilità era partire. Direzione Sud in Autostop. Il destino avrebbe deciso la strada e la strada il destino. In Italia non potevo rientrare perché sotto leva così mi ritrovai sulla riva del lago di Lugano. Un ragazzo che faceva parte del  gruppo religioso Jean-Michel et son équipe m’invitò in una villa sempre sulla riva. La proprietà  era stata donata a questa comunità dal più grande produttore di mobili svizzero perché avevano salvato suo figlio dalla droga. Acquistai la mia prima Bibbia della mia vita e le sere approfondivo insieme al capo clan la lettura. Avevano delle regole molto severe e gli sguardi sereni ma dopo poche settimane mi allontani. Grazie alle conoscenza delle lingue trovai un posto come barista al Mövenpick di Lugano Avevo fin ora solo esperienze dall’altra parte del banco ma il gestore rimase talmente contento che mi propose  pure occuparmi degli acquisti dei vini per i residenti della zona offrendomi anche un corso di Sommelier. Già risentivo la mia appena vinta libertà minacciata e ripresi la strada direzione amata France. Non avendo uno meta precisa seguivo anche le strade degli autisti e cosi mi trovai a Malaucène ai piedi del famoso Mont Ventoux. Non lontano da li nella cittadina di Vaison la Romaine cercavano braccianti per il raccolto delle ciliege. Il proprietario da cui arrivai aveva una roulotte in giardino e li abitavo durante il raccolto. Dopo mi fece curare il giardino e sua figlia proprietaria con il marito di una discoteca mi prese sotto l’ala e così passavo il mio tempo tra giardino e night seguendo anche il grande culto francese della vita in terrazza. Bar, pomeriggi al fiume nudi e tanti scambi culturali. Cosi passò tutta l’estate. Un ragazzo amico, figlio di un  viticoltore mi chiamò  per la vendemmia. Nel frattempo avevo incontrato al fiume una ragazza che anni dopo divenne la madre di mio figlio.  Ma proseguiamo in ordine cronologico. Da Avignone che ospita il Festival del teatro e che era ritrovo di tanti giovani di tutto il mondo  partì con   due amici della Valtellina appena conosciuti  e Jenz un ragazzo danese che suonava il banjo partimmo verso l’  Ardèche dove la vendemmia era più tardiva di quella della sud. Dopo avere risalito la valle del Rodano nel mezzo di centinaia di ettari di vitigni del Côte du Rohne per risalire la Cèze. Trovammo subito lavoro in un paesino al bordo della Cèze. La vendemmia si svolgeva sia in valle sia sugli altopiani con delle viti ancora più basse di quelle della Provenza. Eravamo ospiti del sindaco che possedeva e gestiva tantissimi vigneti. Montclus, villaggio  al bordo del fiume. A nostra disposizione una casetta nel borgo  di circa dieci case. Eravamo anche in buona compagnia. Era presente anche un gruppo di studenti belgi  di storia dell’ arte che dipingevano il pittoresco villaggio , in maggioranza ragazze. Ebbi la fortuna di passare degli indimenticabili giorni con una ragazza di Liegi. Così le serate si passavano scherzando e suonando intorno al fuoco sulla piccola spiaggia adiacente. Dopo la vendemmia ci occuparono anche per zappare i campi di lavanda e tutti ripresero la loro via.

Arrivava l’inverno e così il mio viaggio continuò discendendo tutta la Spagna per poi prendere il tragetto a Algeciras. Una ragazza francese che chiamerò Joëlle incontrata durante il tragitto e che conosceva bene il Marocco e le Isole Canarie si divise da me non senza averci promesso di rincontrarci. Da  Tangeri ognuno per la sua strada, lei verso la costa Atlantica e io via bus verso Marrakech    e dove per Natale avevo appuntamento con questi amici Italiani della Valtellina conosciuti durante la vendemmia. Già  conoscevo la zona e nella valle dell’Ourika affittai una casetta in riva al fiume. Con pochi Dirham potevo raggiungere Marrakech, conobbi tanta gente ma un avventura abbastanza particolare vale essere raccontata. Mi trovavo alla piazza centrale di Marrakech Djema-el-Fna appena uscito dal Club Mediterranee dove sporadicamente lavoravo come Remplacent alla réception. Ormai di casa ebbi anche due eperienze indimenticabili con donne del luogo. Le donne del quartiere “Gilise”, quartiere moderno dove il nome proveniva sicuramente dal francese eglise pur essendo marrocchine non portavano il velo come avevo già notato a Casablanca. Una carissima amica proveniente dalla Medina invece portava anche il velo ma non esisteva a quel tempo il fanatismo di oggi. Eravamo tutti fratelli indipendentemente da provenienze e religione. Anche gli ebrei venivano più o meno ignorati. Solo una volta quando la macchina con la quale viaggiavo con questa amica con il velo si fermo proprio a un passaggio pedonale e subito un gruppo di uomini ci avevo circondato chiedendo dove avessi trovato questa donna che era anche di carnagione più scura. Dopo pochi tentativi per  fortuna la macchina riparti. Con questa macchina, una vecchia Fiat seicento familiare di proprietà di Jürgen, un amico tedesco fu Indimenticabile anche il viaggio nell’ Atlas dove la macchinina che trasportava anche un motore di riserva di troncò lateralmente per via della ruggine. Le Fiat arruginiscono già sul catalogo si diceva a quei tempi. Toccò scaricare il motore e con un legno trovato solo dopo lunga ricerca in quella zona semidesertica. Lo incastrammo tra tetto e asse. Lui ripartì per la città per saldare il telaio e io rimasi li in guardia del motore. Il più sorprendente era che in mezzo a quei immensa pianura bruciata dal sole dove non si vedeva un villaggio c’era un gran viavai di berberi sui loro ciuchini carichi di ogni bene di dio. Qualcuno ogni tanto si fermava incuriosito o per scambiare qualche parola. Non molti parlavano il francese ma cercavamo anche con i gesti e le poche parole in Amazigh che conoscevo si scambiava qualche gentilezza. Stavo già improvvisando un piccolo riparo per la la notte quando apparve la Seicento con un Jürgen radiante. “Wie neu” disse. Come nuova. Ricaricammo il motore per ritornare alla base nella Valle dell’Ourika. Anche la casetta base  era abbastanza eccezionale.   Il villaggio indigeno di colore terra si trovava su un cucuzzolo e in fondo alla valle e vicino  al fiume si trovano delle casette bianche molto particolari. Trovandosi per motivi di sicurezza a circa venti metri dalla riva. A monte avevano deviato l’acqua e tramite un piccolo canale l’acqua scorreva davanti alla porta. Cosi per entrare nei monolocali si passava sopra uno stretto ponticello. Casa con acqua corrente nel vero senso della parola. Quando non visitavo la regione o i mercati chiacchieravo con il Kaid che possedeva la casa vicina e spesso mi offriva dei mazzetti di Kif. Un giorno mi parlò di un eremita che abitava sulla montagna di fronte. Così una mattina mi incamminai e dopo una ripida ascesa di diverse ore quando finalmente “spoggettai” e  vidi davanti a me un altra salita. Continuai lo stradello e dopo poco un uomo con la tipica lunga Djellaba , lunghissimi capelli e barba grigi e uno strano ciondolo al collo mi venne incontro. Non parlava francese e l’unico scambio fu la richiesta di Garo, sigarette. Nella mia ignoranza non avevo pensato a portare qualche cosa all’ eremita. Mi pare che fosse anche un po’ scocciato perché subito mi fece il segno di proseguire. Dopo poco arrivai alla cima dove davanti a me si estendeva la immensa pianura. Mi sedetti e cosa scoprì mentre seduto godevo il fantastico paesaggio, accanto a me nel luogo più sperduto immaginabile…… un tappo di coca cola.

Tornando indietro cercai di rivedere l’eremita, ma lui si guardo bene di farsi ritrovare. Poco tempo dopo arrivarono i miei amici di Sondrio. Puntuali a Natale a Djema el Fna. Erano venuti con un ormai famoso pullmino VW. Alla guida una ragazza Neozelandese che aveva comprato il mezzo a Amsterdam e voleva visitare l’Europa in un mese. Naturalmente ci rientrava anche una scappata in Marrocco. Li ospitai volentieri  e gli feci visitare la zona. Ma avevano il  tempo limitato e dopo la loro partenza decisi  di partire per la costa atlantica. Una lungo viaggio  attraverso paesini in un pullman che dal lato guida aveva un vetro tutto rincollato con dei pezzi di nylon semitrasparente. Guidavano tutti a alta velocità nel centro della strada e solo all’ultimo momento ognuno si buttava sul suo lato, anche in parte fuori strada. Essaouira la prima tappa. Famosa per avere ospitato un concerto di Jimmy Hendrix.  Dopo aver visitato questa bellissima cittadina sul mare mi volevo trasferire qualche  decina di kilometri più al sud in un villaggio famoso per essere una tappa da non perdere. Fu una grande delusione. Bellissima spiaggia e tanti giovani ma tutti Europei.Vidi anche due ragazzi italiani che invece di godersi il mare e la bellezza della natura vivevano in una umida e buia capanna intenti a bucarsi.  scappai orrificato e presi direzione Agadir. Citta moderna completamente rifatta dopo un terremoto e anche meta di turismo di massa. Ma ormai come mi potevo fermare alle porte del deserto e presi il prossimo pullman diretto a Goulimine

Deserto e Branca Avevo conosciuto una ragazza portoghese.

Thagazout.

Pochissimi kilometri dopo la città in direzione nord un paesino  di pescatori. Abitavamo proprio sopra la spiaggia e uno spettacolo affascinante le partenze e le messe secco delle barche. Forse la baia più calma vista sull’Atlantico.  Un fiumiciattolo sgorgava nel mare dove le donne lavavano i panni per poi stenderli sui cespugli. La casa aveva una corte interna dove avevamo come di uso la possibilità di cucinare su un braciere.  Cosi  il tempo tempo volava senza accorgersi nell’amore e la tranquillità più assoluta. Già il secondo inverno stava passando ma ormai la vicinanza delle Isole Canarie influenzava i nostri pensieri.

Come nacque il ricordo

Volendo esercitare la mia memoria  mi sta prendendo. Sono obbligato di saltare tanti episodi e dettagli per il semplice motivo che le pagine si riempiono con facilità  , per rispetto dei miei amici e anche perché sono arrivato solo a un terzo della mia vita.

Pensato e eseguito. Grazie alla spinta finanziaria di mio padre ci ritrovammo sul volo per Las Palmas. Una volta atterrati a Gran Canaria le nostre vite si separano. Andai alla ricerca di questo personaggio consigliato da Joelle ma scoprì che era un mistico e molto importante. Cosi una volta annunciatomi me ne andai e sulla spiaggia dove si esibivano i surfer. conobbi un ragazzo che aveva una casa vuota nel centro della città. Mi offri l’ospitalità  e io accettai con piacere. Una tipica casa spagnola con patio centrale ricoperto di una vetrata sostenuta da ferro battuto. In realtà era il ritrovo  di “marichitas” della medio alta società che in settimana seguivano il loro lavoro e nel fine settimana si travestivano. Bravissime persone di un rispetto e discrezione inimmaginabile. Gli organizzavo festini e mi occupavo della musica. Le mie giornate le passavo in biblioteca studiando la storia dei Canarios. Trovai anche un lavoro come lavamacchine  e non avendo risposte dal mio contatto dopo sei mesi presi il traghetto per Cádiz. Il Portogallo mi impressionò più che altro per il vestiario del popolo.  Sembrava di ritornare nel medioevo. Tutti vestiti di nero. In grande contrasto con i colori del Nord Africa e delle Canarie. Da li prosegui per Lisbona dove ebbi una strana esperienza. Ricordiamo che poco tempo prima c’era stata la rivoluzione dei garofani. Sedevo tranquillamente in un parco davanti a una statua in centro osservando la gente che passava. Ad un tratto sento i passi regolari di militari dietro di me. Impaurito mi voltai  e sempre con questo passo accentuato si fermarono. La loro attenzione  non era rivolta a me ma al monumento. Allontanandomi senti un discorso in italiano e mi resi conto che doveva essere qualche festa nazionale. Ma te guarda, in mezzo al Portogallo una commemorazione italiana. Mi avevano consigliato Estoril e Cascais come luoghi interessanti e così mi ci diressi. Anche questi luoghi turistici che sempre preferivo evitare. Ricordo un treno trasformato in pianobar dove incontrai un giovane che mi invitò a casa sua. Quanto è  cambiato il mondo. Nel senso che oggi questa apertura, gentilezza e ospitalità che incontravo ovunque sono inimmaginabili. Fui ricevuto dalla sua sorella maggiore che mi ricevette nella sua camera da letto e che aveva anche una dama di compagnia. Era lei la dirigente di una ditta di disinfestazione tra quali clienti risultavano anche i Savoia che abitavano li. Per qualche giorno lo aiutai nel lavoro, fui anche pagato pure passando le giornate solo accompagnandolo a ispezionare i luoghi che dopo venivano trattati dagli operatori.  Nel nord ebbi  anche l’esperienza della pigiatura dell’ uva con i piedi vicino a Porto. Passando da La Coruña e Bilbao ritornai in Francia dove m’imbarcami a Calais. Altro appuntamento era Londra. Sempre il mio amico della Valtellina. Abitavamo in uno squat e lavoravamo al Royal Automobile Club. Ero addetto al polish dell’argenteria. Tutto meccanizzato. Introducevo le posate già lavate in una grande sfera riempiti con dei pallini di metallo per poi riordinarli. Naturalmente le occupazioni più interessanti erano le serate nei pub dove c’era sempre musica dal vivo. Per me non era una vita soddisfacente. Tutti questi Freak-Brothers, mai un cielo blu, i capelli sempre unti e il colletto sempre sporco. Non faceva per me. Cosi grazie a un permesso ottenuto dal consolato italiano il quale certificava che ero stato residente all’estero per motivi di studio rientrai finalmente in Italia. Al mio paese natale non c’era grande opportunità. Lavorai per pochi mesi in un officina alle presse ma il mio sogno era la campagna. Ripulì i piccoli appezzamenti di proprietà di mio padre e la forra. Ma per me ormai la montagna era troppo stretta.  Stanco di viaggiare volevo rimanere in Toscana e così dopo  lo studio della cartina geografica decisi di orientarmi verso il sud  dove c’era meno densità abitativa. Stabilì la mia base di ricerca in un appartamentino di ex minatori a Ribolla dove non lontano viveva un lontano parente agricoltore pastore.

Spesso lo accompagnavo durante le sue lunghe giornate e ero pieno di ammirazione vedendo come con l’aiuto del suo cane arrivava a passare con duecento pecore ai bordi dei campi seminati per arrivare ai diversi pascoli dove poi si sedeva e con il suo coltellino intagliava dei pezzi di olivo creando delle vere opere d’arte. Avevo anche disegnato i punti per l’impianto di una vigna che oggi produce un ottimo Monteregio. Il lavoro non mancava. Raccolta di pomodori, bracciante agricolo nella Maremma. Trovai presto anche lavoro in una grande azienda agricola come avventizio. I discorsi ridicoli di oggi mi fanno semplicemente schifo. Le polemiche che gli italiani non vogliono fare certi lavori o la precarietà sono solo strumentali. Ma torniamo alle mie prime esperienze. I lavori nell’azienda dove lavoravo consistevano nel lavoro nel Vigneto. Raccolto, potatura, manutenzione e vinificazione. Dell’ Uliveto. Raccolto, potatura, manutenzione e frantoio. Lavori duri ma dove ancora si respira. Sempre alla ricerca di un pezzo di terra, ma i prezzi erano insostenibili fin che un giorno un amico al quale domandavo sempre se conosceva un podere  mi  disse “Stefano ne conosco uno, ma non ci andrei nemmeno morto”. Capì subito che era il posto mio. Avevo ormai venticinque anni. Ed iniziò la vita sempre sognata. Parlare di podere è forse esagerato. Scendendo il crino di una lingua dopo tre kilometri di discesa c’è una piccola risalita e la in mezzo alla macchia mediterranea un rudere sepolto dai rovi. Spiccavano diversi Quercioni secolari e sul lato nord una fila di Lecci non molto più giovani Circondato da bosco ceduo con tante sughere pochi centinaia di metri più in basso l’uliveto abbastanza pulito dato che la vicina ci pascolava le pecore. Ancora più in basso una piana seminativa chiamata Aia Fabbri. Quindici ettari in totaleper la piu parte maggioranza macchia. Senza acqua e senza luce. Ma questa è un ‘altra storia.

La casa colonica tutta in pietra costruita sullo scoglio era stata abbandonata da 30 anni. Era stata costruita in varie tappe. Fine settecento una stanza semi interrata col cammino e sopra sicuramente la camera. Ambe con uno stanzino adiacente sul lato nord. Le date di costruzione sono tutte legate alle attività minerarie. Non lontano a valle sbocca il Gallerione, scolo delle acque della miniera di Niccioleta. Più  a nord il Pozzo 2 proveniente dalla miniera di Ballerino e anche una miniera di rame ormai inaccessibile datata del medioevo. Ci sono stati diversi periodi di sfruttamento  dei minerali. La colonizzazione della zona avvenne durante il periodo dei Lorena quando furono chiamati lavoratori dall’omonima zona in Francia già esperti minatori. A ogni famiglia venne a parte il lavoro assegnato un pezzo di terra’ due vacche e due sacchi di grano. Così risulta dalla ricerca di un mio amico geometra che si era messo  a indagare sull’origine del suo nome. Parlando di vacche, due dei miei vicini lavoravano la terra con le vacche ma approfondirò dopo. Sembrava essere tornati nel medioevo. Alle quattro stanze originali erano state aggiunte  altre due lateralmente rialzando il tutto e sempre con altre due più piccole lato nord. Nel dopoguerra avevano aggiunto un altro locale con entrata indipendente. Tutto ormai privo d’infissi e diversi squarci nel tetto. Nel frattempo lo stesso Salumino, cosi si chiamava il mio amico che ” non ci sarebbe mai andato nemmeno morto” aveva mediato la vendita. Le proprietarie erano quattro sorelle di  quale una sua moglie.  Riparai subito la stanza che aveva meno patito e traslocai i pochi vestiti. Dormivo nella stanza del  cammino nel piano superiore , il piano seminterrato era stato utilizzato da un altra vicina come stalla. Una notte mi svegliai con un lanciante dolore sotto l’ascella. Ero gonfiato su tutto il corpo  come un omino Michelin. Ci fu poco da pensare. Affrontare un tragitto  di notte di più  di venti chilometri per il pronto soccorso di Massa Marittima mi pareva controproducente. Così mi rimisi a dormire. Se mi sarei svegliato la mattina prossima avrei provveduto. Infatti fui obbligato a eliminare un bugno di api che non so da quanti anni viveva nel cammino del piano di sotto chiuso quando rialzarono la casa.  Un altra volta vedevo che il gattino che mi aveva regalato la figlia di una delle quattro sorelle puntava il mio cassetto di fondo. I vestiti ammucchiati per terra. Guardando più attentamente vidi una vipera che naturalmente eliminai. Da quel momento ho un altissimo rispetto per i gatti. Come davanti a casa un gattino  che prendeva letteralmente a schiaffi una vipera che non era abbastanza veloce per contrattaccare. In questo momento che  sto scrivendo ce ne sono quattro che mi tengono compagnia vicino al caminetto

Ormai la mia Amica  conosciuta alle rive del fiume  in Francia veniva a trovarmi in Italia. Avevamo anche passato delle vacanze in Corsica dove ho dei parenti e pure  avendo un lavoro di responsabilità tendeva all’idea di venire a abitare con me. Anche i miei genitori, più  che altro mio padre vicino alla pensione era entusiasta del posto. Così gli sforzi di ristrutturazione di rinforzarono e iniziai con la ricerca dell’acqua. Tutti i locali mi avevano parlato “dell’orto della lucertola” usato decenni prima. Infatti nella stanza del caminetto di sotto che avevo liberato c’erano e ci sono ancora i legni che sostenevano il tinello dell’ acqua che riempivano a questa piccola fonte. A mano iniziai a scavare dove nascevano dei giunchi e alla profondità di un metro e mezzo trovai la vena. Piccolo dettaglio. Quattrocento metri da casa che si trova nel punto più alto della proprietà e centocinquanta metri di dislivello . Mio padre fu di grande aiuto con l’ acquisto di un generatore da dieci kilowatt che ci forniva elettricità sufficiente per la casa e una pompa a chiocciola che poteva sollevare questa immensa colonna d’acqua che necessitava un serbatoio di raccolta e uno di ricezione. Finito il trasporto di taniche dalle fonti circostanti. In poco tempo la casa era diventa abitabile per due famiglie. Avevo anche tagliato una parte del bosco con l’ aiuto di un amico di una comunità vicina. Devo precisare che quando parlo di vicini si tratta di chilometri. Anche la strada a esse fatta da me che porta all’Aia Fabbri e alla fonte è lunga più di un chilometro. Con un piccolo cingolato lavoravo gli olivi , un grande orto recintato e smacchiavo la legna. Mi divertivo anche con un cavallo Haflinger che tenevo in pensione. Avevo costruito una stalla e quindici capre ci garantivano latte, formaggio e carne. Non mancava il pollaio e qualche coniglio. Era nato il mio figlio e secondo me tutto procedeva alla perfezione. La mia scelta di fare una vita semplice e vicino alla terra si era realizzata. Ma forse non tutti avevano le mie stesse idee. Quando mio figlio aveva due anni la mia compagna decise di non rientrare da uno dei soliti viaggi in Francia e mio padre, come disse, stanco di fare l’indiano andò a vivere in città. Nel frattempo ero per necessità diventato muratore, idraulico e  elettricista visto la mia formazione. Ho sempre avuto un dono per i lavori manuali. Cosi non mi mancavano i lavori anche grazie le mie conoscenze della lingua tedesca. Gli stranieri che compravano le case libere dopo la fuga dell’indigeni dalla campagna preferiscono non avere sbarre di comunicazione. Tre  o quattro mesi dopo essere stato abbandonato conobbi una bellissima signora di Monaco di Baviera che aveva acquistato una casetta dall’altra parte della valle. Unimmo il piacevole  al dilettevole e cosi per diversi anni la mia vita  si divideva tra le visite da mio figlio per portarlo a casa durante le vacanze e riportarlo in Francia. Il lavoro e sporadici viaggi a Monaco. Avevo ormai abbandonato le capre e dopo uno strano discorso da  parte di una maestra di mio figlio, mancanza di una figura paterna ecc. mi rivolsi come facevo sempre quando cercavo un lavoro all’ufficio del turismo di Avignone il quale mi indicò il comitato dipartimentale. Detto fatto. La direttrice trovò questo connubio italiano tedesco interessante, mi forni le documentazioni necessarie e mi fece seguire la guida principale della città e  passati tre mesi dopo un esame mi ritrovai guida nel Palazzo dei  Papi. La storia è come un puzzle, quando vedi una parte vuoi ricomporre il quadro intero. Subito  mi iscrissi ai corsi della Cassa Nazionale dei Monumenti Storici  per passare il Patentino e anche alla facoltà di lettere di Aix en Provence in storia dell’arte. Passavo le notti a studiare talmente ero preso. Non è come diceva Salumino più fai e meno fai ma più sai e meno sai. Piano piano allargavo le mie conoscenze e  anche il lavoro. Tornai indietro dal medioevo alla romanità per poi appassionarmi anche grazie alla scuola antica di Nîmes per il paleo e neolitico. Da parte natura la Provenza offre moltissimo. Come detto estensioni immense di vitigni, di ortaggi per non dimenticare il riso e i tori e cavalli che vivono allo stato brado nella Camargue. Marcato da una vita vicina alla natura e l’ esperienze in architettura e edilizia agevolava le spiegazioni rendendole comprensive a esperti e non. Lavoravo quanto volevo ma nei momenti di punta per rispetto dell’ufficio arrivavo alle duecento ore mensili senza contare il trasporto. D’inverno rientravo a casa al podere, al caminetto e mi occupavo della manutenzione . Feci portare acqua e luce anche perché ormai il gasolio in Italia mi veniva a costare più delle bollette le quali nella nostra zona sono le più care d’Italia. Quattordici anni passarono in un lampo e ebbi la possibilità di conoscere  gente importante e meno. Fu anche il periodo più movimentato e colorato della mia vita ma preferisco esporlo tramite racconti alla fine. GYPSI e SCIPIONE+ INTERPRETE TORERO+LA RAGAZZA DEL PORTO+SANTA CATERINA IN PROVENZA

Tre fatti importanti decisero il rientro. Un po’ l’ introduzione dell’ Euro che ebbe un impatto catastrofico sul turismo, per secondo l’avanzata età dei miei genitori i quali preferivano avermi più vicino e in ultimo l’eterno richiamo di Madre Terra e il focarile. Abbandonai la casetta in Camargue e rientrai in Patria. Con gioia ritrovai i vecchi clienti e subito riiniziai con il vecchio lavoro che pratico ancora oggi. Non si chiama più muratore anche se effettivamente lo è ma consulenza e manutenzione. Un grande cambiamento però è avvenuto dal lato mentale. Da analfabeta e menefreghista politico forse la piccola conoscenza della storia e l’esperienza hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo l’ Italia, l’ Italiani e questa Pseudo Unione Europea.

Quando rientrai e andai all’anagrafe per effettuare il cambio  di residenza mi fu rifiutata perché dovevo provare di aver pagato la spazzatura. Chiaro, il servizio di paga anche se non se ne usufruisce e non si è residente. Altro manco era dell’acquedotto perché non avevo pagato la depurazione degli scarichi. Chiaro, si paga anche se non si è  allacciati alle fogne comunali. Notai anche che stranamente in comune non solo il sindaco e i consiglieri erano tutti del solito partito ma anche gli impiegati i cosiddetti statali fino alla vigilessa o lo spazzino erano tutti del solito colore e spesso in malattia. Personalmente mi sono arrangiato di rimanere sotto il minimo imponibile ma la spesa pubblica pesa anche sui prodotti di consumo. Questa “Vetternwirtschaft” come dicono i tedeschi (tradotto scambio tra cugini) che possiamo definire nepotismo e corruzione e specifico del partito cosiddetto democratico e dell’italiani in generale. Mai visto una situazione mafiosa simile in altri paesi. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che volente o nolente chi sostiene questi statalisti ladri di libertà danneggia non solo se stesso ma tutta la comunità e il futuro dei giovani che si troveranno schiavi del sistema euro-mondialista appoggiato dai dirigenti di questi “democratici”. Ricordate la vita nella Repubblica Democratica tedesca dove la Stasi controllava e impediva qualsiasi libertà al punto che la gente rischiava di farsi sparare pur di fuggire. Come una parte dei clandestini che rischiano la morte pur di allontanarsi dalle dittature. Questo è  il destino dell’ Italia.

Racconti

GYPSI e SCIPIONE/

Lavoravo come guida turistica in Provenza e abitavo nella cittadina residenziale dall’altra parte del Rodano Villeneuve les Avignon. Quasi in cima alla collina con una bellissima vista sul ponte  Saint Bénezet quello della famosa canzoncina “Sur le Pont d’Avignon on y dance on y dance tous en rond”. Iniziava alla cinta muraria  restaurata da Napoleone terzo che circonda tutta la città dove le porte possono essere chiuse per evitare l’ inondazione della città. Dietro la fortificazione medievale più grande del mondo, il Palazzo dei Papi. Come quasi ogni mattina portavo mio figlio alla scuola privata anche se era indipendente grazie all’efficienza dei bus non italiani, parcheggiavo nel parcheggio interrato sotto la piazza e uscivo dalle scale per dopo pochi metri entrare nella mia seconda casa come chiamavo scherzando, il palazzo stesso. Tempo permettendo e visto che amo essere in anticipo quasi tutte le mattine visitavo prima la cattedrale adiacente  Notre-Dame des Doms. Non sono credente ma questa cattedrale romanica che anche facevo visitare mi piaceva la mattina quando il Sole illuminava il coro dalle finestre orientate a levante. Ho sempre avuto gran rispetto per i luoghi di culto e le religioni anche se rappresentano il massimo della manipolazione. Le compatisco di tutto il cuore. Faccio la visita che era in programma  quando chiama la segreteria e mi dice di andare in ufficio per un lavoro particolare. Noi si comunicava tramite fax ma volentieri ci si incontrava e spesso si mangiava insieme sulla famosa Place de l’ Horloge. Era la richiesta dell’ ufficio del turismo di Nîmes dove cercavano per la Nave Club tedesca Aurora che arrembava a Sète una guida disponibile per la discesa dell’ Orb in canoa e in alternativa una visita speleologica in una grotta carsica della zona. Naturalmente avrei avuto per appoggio o un canoista o un speleologa. Accettai volentieri e dopo i primi capovolgimenti  nelle rapide iniziai anche a divertirmi. Le visite delle sale carsiche erano abbastanza noiose e cercavo sempre di fare influenzare i clienti tutti giovani per la prima scelta. Trovandosi lontano da Avignone la sera davo un passaggio a una ragazza che non guidava. Già che c’ero l’accompagnavo a casa e così dopo qualche settimana si iniziò ad uscire insieme, l’ aiutavo con i cavalli  e pian piano mi stabilì da lei. Abitava nella parte della Camargue che fa parte del Languedoc-Roussillon nel dipartimento del Gard,  pochi chilometri prima dell’ altra cittadina fortificata di Aigues Mortes. Gli costruì um box per la sua cavalla Gypsi e costruì anche un annesso agricolo. Dopo aver preso anche un altro cavallo di nome Boulbot e costruito un altro box si cavalcava in quella estesa pianura alluvionale lungo i canali godendosi la libertà. Dopo tre anni di convivenza, le mie relazioni non duravano mai a lungo, mi trasferì da un’amica comune in una borgata non lontano da Uzès famosa per essere stato il primo ducato di Francia, per la Tour Fenestrelle della Cattedrale e la Place aux Herbes tutta circondata da arcate . Avevo già  conosciuto un ragazzo pugliese che  io chiamavo scherzosamente Scipione. Il nostro primo incontro fu mentre visitavo con un gruppo di ragazzi tedeschi questa cittadina e lui l’unico che ebbe il coraggio o la faccia tosta di accettare senza avvertimento 40 persone a pranzo Dopo un ora e mezzo erano tutti sazi e soddisfatti. Aveva un ottimo pizzaiolo di Vicenza e ogni tanto andavo a aiutarli. Il cuoco francese faceva un ottima entrecôte à la vigneron, con il vino rosso. Scipione era uno che ci sapeva fare. Quando entravi, lui sempre tutto tirato in vestito, ti veniva incontro facendoti una grande festa e  sicuramente aveva qualcosa di speciale esclusivamente per te. La gente faceva la fila e aspettava che un tavolo si liberasse. Iniziavo a essere  stanco di fare la guida e oramai accettavo solo viaggi fuori  comune. Così collaboravo con lui. Andavo a comprare il pesce, o davo una mano in cucina. Erano lavori  di équipe, nessuno si tirava indietro.Scipione prendeva ristoranti che avevano poca clientela, li lanciava  e dopo li rivendeva a prezzo maggiorato. Così mi ritrovai a effettuare la modernizzazione di un altro ristorante in un paese vicino con sempre lo stesso obbiettivo. Ristrutturato e lanciato anche quello si cambio subito in un altro nella zona turistica di Aigues Mortes.Con i miei agganci nel turismo non fu difficile. Ma ormai con un ritmo di cento piatti a pasto non era più un lavoro vivibile.   Per non parlare di un altro locale in mezzo alla pampa gestito da un’altra amica dove di giorno portavo i clienti e organizzavo anche musica gitana e flamenco. Locale che di notte diventava un privée e l’incontro degli uccelli di notte che arrivavano dopo chiusura di bar e ristoranti. Non avevo nessuna intenzione di entrare in questo ritmo. Però abbiamo riso tanto e ci siamo levati molti sfizi. Eravamo ragazzi.

INTERPRETE TORERO

LA RAGAZZA DEL PORTO

[A2]Biografia

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Bob Dylan . . http://www.youtube.com/watch?v=QYNyP3sihV4 . . .http://saragio.blogspot.it/ .Come e bello essere schiavi e non saperlo, si può liberamente filosofare. S.T.

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One Comment on “Saragio Tatti”

  1. Stefano Tamburini ha detto:

    quelli che fanno parte del sistema e poi se ne lamentano


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