Priebke il perdente

“Il Gap, i comunisti italiani, fecero l’attentato contro la compagnia della polizia  tedesca. Erano uomini dell’Alto Adige, dunque italiani. Sapevano che dopo l’attentato viene la rappresaglia.

L’esecuzione alle Fosse Ardeatine fu terribile ma impossibile dire no”.  prosegue dicendo che “Schütz, l’organizzatore della rappresaglia, disse: E’ un ordine di Hitler, chi non lo vuole fare è meglio si metta dalla parte delle vittime e verrà fucilato.

Come credente non ho mai dimenticato questo tragico fatto. Per me l’ordine di partecipare all’azione fu una grande tragedia intima. Penso ai morti con venerazione e mi sento unito ai vivi nel loro dolore”. Priebke

http://video.ilmessaggero.it/primopiano/priebke_il_video_testamento_i_comunisti_volevano_la_rappresaglia-15217.shtml

( i compagni , quelli agli ordini di mosca erano i più spietati , non  hanno mai esitato a sacrificare italiani in nome della loro infame causa, che non era la democrazia,ma la creazione di uno stato comunista , a tutti i costi!) SN

La storia la scrivono i vincitori? Ecco l’intervista integrale a Priebke il perdente

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Riportiamo di seguito l’ultima intervista integrale rilasciata dal comandante Erich Priebke nel mese di luglio 2013 in occasione del suo centesimo compleanno.

Tanti siti hanno parlato di quest’intervista (quasi nessuno l’ha riportata integralmente). Alcuni hanno scritto che Priebke non merita nessuna pietà perché è un “non-uomo”. Riporto la frase:

A chi invoca pietà per un morto, a chi pretende perdono, a chi sostiene che ormai il passato è passato bisogna far capire che solo agli uomini è dovuta pietà. A un non-uomo come Priebke non si deve nulla: nel suo essere non c’era nulla di umano.

Magari Hitler avrebbe usato le stesse parole per definire gli ebrei…

Ma andiamo avanti: ci lamentiamo spesso perché la storia la scrivono i vincitori. Bene, Priebke non era un vincitore. Era un perdente.

E i vincitori chi furono? Gli Stati Uniti? Gli unici ad aver lanciato due bombe atomiche? Sono loro che hanno scritto la storia? Quelli che da decenni fanno la guerra a mezzo mondo tirando fuori sempre una scusa diversa (che poi si rivela una bufala, vedi le armi di distruzione di massa)? Io dovrei fidarmi della versione degli USA che fanno le “guerre di pace” ammazzando uomini donne e bambini per rubare un po’ di petrolio? Di loro dovrei fidarmi?

Mi spiace ma sinceramente, anche se passo per “politicamente scorretto”, mi incuriosisce di più ciò che ha da dire un “non-uomo” come Priebke rispetto alle stupidaggini che racconterebbero i “sì-uomini” come Bush o il premio Nobel per la pace Obama…

D. Sig. Priebke, anni addietro lei ha dichiarato che non rinnegava il suo passato. Con i suoi cento anni di età lo pensa ancora?

R. Sì.

D. Cosa intende esattamente con questo?

R. Che ho scelto di essere me stesso.

D. Quindi ancora oggi lei si sente nazista.

R. La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che ha a che fare con le nostre convinzioni. Si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali, quello che per noi tedeschi fu la Weltanschauung e ancora ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore. La politica è un’altra questione. Il Nazionalsocialismo è scomparso con la sconfitta, e oggi non avrebbe comunque nessuna possibilità di tornare.

D. Della visione del mondo di cui lei parla fa parte anche l’antisemitismo.

R. Se le sue domande sono mirate a conoscere la verità è necessario abbandonare i luoghi comuni:

criticare non vuol dire che si vuole distruggere qualcuno. In Germania sin dai primi del Novecento si criticava apertamente il comportamento degli ebrei. Il fatto che gli ebrei avessero accumulato nelle loro mani un immenso potere economico e di conseguenza politico, pur rappresentando una parte in proporzione assolutamente esigua della popolazione mondiale, era considerato ingiusto. E’ un fatto che ancora oggi, se prendiamo le mille persone più ricche e potenti del mondo, dobbiamo constatare che una notevole parte di loro sono ebrei, banchieri o azionisti di maggioranza di imprese multinazionali. In Germania poi, specialmente dopo la sconfitta della prima guerra mondiale e l’ingiustizia dei trattati di Versailles, immigrazioni ebraiche dall’est europeo avevano provocato dei veri disastri, con l’accumulo di immensi capitali da parte di questi immigrati in pochi anni, mentre con la repubblica di Weimar la grande maggioranza del popolo tedesco viveva in forte povertà. In quel clima gli usurai si arricchivano e il senso di frustrazione nei confronti degli ebrei cresceva.

D. Quella che gli ebrei abbiano praticato l’usura ammessa dalla loro religione, mentre veniva proibita ai cristiani, è una vecchi storia. Cosa c’è di vero secondo lei?

R. Infatti non è certo una mia idea. Basta leggere Shakespeare o Dostoevskij per capire che simili problemi con gli ebrei sono storicamente effettivamente esistiti, da Venezia a San Pietroburgo. Questo non vuole assolutamente dire che gli unici usurai all’epoca fossero gli ebrei. Ho fatto mia una frase del poeta Ezra Pound: ”Tra uno strozzino ebreo e uno strozzino orfano non vedo nessuna differenza”.

D. Per tutto questo lei giustifica l’antisemitismo?

R. No, guardi, questo non significa che tra gli ebrei non ci siano persone perbene. Ripeto, antisemitismo vuol dire odio, odio indiscriminato. Io anche in questi ultimi anni della mia persecuzione, da vecchio, privato della libertà ho sempre rifiutato l’odio. Non ho mai voluto odiare nemmeno chi mi ha odiato. Parlo solo di diritto di critica e ne sto spiegando i motivi. E le dirò di più: deve considerare che, per loro particolari motivi religiosi, una grossa parte di ebrei si considerava superiore a tutti gli altri esseri umani. Si immedesimava nel “Popolo Eletto da Dio” della Bibbia.

D. Anche Hitler parlava della razza ariana come superiore.

R. Sì, Hitler è caduto anche lui nell’equivoco di rincorrere questa idea di superiorità. Questa è stata una delle cause di errori senza ritorno. Tenga conto comunque che un certo razzismo era la normalità in quegli anni. Non solo a livello di mentalità popolare, ma anche a livello di governi e addirittura di ordinamenti giuridici. Gli Americani, dopo aver deportato le popolazioni africane ed essere stati schiavisti, continuavano a essere razzisti, e di fatto discriminavano i neri. Le prime leggi, definite razziali, di Hitler non limitavano i diritti degli ebrei più di quanto fossero limitati quelli dei neri in diversi stati USA. Stessa cosa per le popolazioni dell’India da parte degli inglesi; e i francesi, che non si sono comportati molto diversamente con i cosiddetti sudditi delle loro colonie. Non parliamo poi del trattamento subìto all’epoca dalle minoranze etniche nell’ex URSS.

D. E quindi come sono andate peggiorando in Germania le cose, secondo lei?

R. Il conflitto si è radicalizzato, è andato crescendo. Gli ebrei tedeschi, americani, inglesi e l’ebraismo mondiale da un lato, contro la Germania che stava dall’altro. Naturalmente gli ebrei tedeschi si sono venuti a trovare in una posizione sempre più difficile. La successiva decisione di promulgare leggi molto dure resero in Germania la vita veramente difficile agli ebrei. Poi nel novembre del 1938 un ebreo, un certo Grynszpan, per protesta contro la Germania uccise in Francia un consigliere della nostra ambasciata, Ernest von Rath. Ne seguì la famosa “Notte dei cristalli’”. Gruppi di dimostranti ruppero in tutto il Reich le vetrine dei negozi di proprietà degli ebrei. Da allora gli ebrei furono considerati solo e soltanto come nemici. Hitler dopo aver vinto le elezioni, li aveva in un primo tempo incoraggiati in tutti i modi a lasciare la Germania.

Successivamente, nel clima di forte sospetto nei confronti degli ebrei tedeschi, causato dalla guerra e di boicottaggio e di aperto conflitto con le più importanti organizzazioni ebraiche mondiali, li rinchiuse nei lager, proprio come nemici. Certo per molte famiglie, spesso senza alcuna colpa, questo fu rovinoso.

D. La colpa quindi di ciò che gli ebrei hanno subìto secondo lei sarebbe degli ebrei stessi?

R. La colpa è un po’ di tutte le parti. Anche degli alleati che scatenarono la seconda guerra mondiale contro la Germania, a seguito della invasione della Polonia, per rivendicare territori dove la forte presenza tedesca era sottoposta a continue vessazioni. Territori posti dal trattato di Versailles sotto il controllo del neonato Stato polacco. Contro la Russia di Stalin e la sua invasione della restante parte della Polonia nessuno mosse un dito. Anzi, a fine conflitto, ufficialmente nato per difendere proprio l’indipendenza della Polonia dai tedeschi, fu regalato senza tanti complimenti tutto l’est europeo, Polonia compresa, a Stalin.

D. Quindi, politica a parte, lei sposa le teorie storiche revisioniste.

R. Non capisco perfettamente cosa si intenda per revisionismo. Se parliamo del processo di Norimberga del 1945 allora posso dirle che fu una cosa incredibile, un grande palcoscenico creato a posta per disumanizzare di fronte all’opinione pubblica mondiale il popolo tedesco e i suoi capi. Per infierire sullo sconfitto oramai impossibilitato a difendersi.

D. Su quali basi afferma questo?

R. Cosa si può dire di un autonominatosi tribunale che giudica solo i crimini degli sconfitti e non quelli dei vincitori; dove il vincitore è al tempo stesso pubblica accusa, giudice e parte lesa e dove gli articoli di reato erano stati appositamente creati successivamente ai fatti contestati, proprio per condannare in modo retroattivo? Lo stesso presidente americano Kennedy ha condannato quel processo definendolo una cosa “disgustosa”, in quanto “si erano violati i princìpi della costituzione americana per punire un avversario sconfitto”.

D. Se intende dire che il reato di crimini contro l’umanità con cui si è condannato a Norimberga non esisteva prima che fosse contestato proprio da quel tribunale internazionale, c’è da dire in ogni caso che le accuse riguardavano fatti comunque terribili.

R. A Norimberga i tedeschi furono accusati della strage di Katyn, poi nel 1990 Gorbaciov ammise che erano stati proprio loro stessi russi accusatori, ad uccidere i ventimila ufficiali polacchi con un colpo alla nuca nella foresta di Katyn. Nel 1992 il presidente russo Eltsin produsse anche il documento originale contenente l’ordine firmato da Stalin. I tedeschi furono anche accusati di aver fatto sapone con gli ebrei. Campioni di quel sapone finirono nei musei USA, in Israele e in altri Paesi. Solo nel 1990 un professore della università di Gerusalemme studiò i campioni dovendo infine ammettere che si trattava di un imbroglio.

D. Sì, ma i campi di concentramento non sono un’invenzione dei giudici di Norimberga.

R. In quegli anni terribili di guerra, rinchiudere nei lager (in italiano sono i campi di concentramento) popolazioni civili che rappresentavano un pericolo per la sicurezza nazionale era una cosa normale. Nell’ultimo conflitto mondiale l’hanno fatto sia i russi che gli USA. Questi ultimi in particolare con i cittadini americani di origine orientale.

D. In America, però, nei campi di concentramento per le popolazioni di etnia giapponese non c’erano le camere a gas!

R. Come le ho detto, a Norimberga sono state inventate una infinità di accuse, Per quanto riguarda quella che nei campi di concentramento vi fossero camere a gas aspettiamo ancora le prove. Nei campi i detenuti lavoravano. Molti uscivano dal lager per il lavoro e vi facevano ritorno la sera. II bisogno di forza lavoro durante la guerra è incompatibile con la possibilità che allo stesso tempo, in qualche punto del campo, vi fossero file di persone che andavano alla gasazione. L’attività di una camera a gas è invasiva nell’ambiente, terribilmente pericolosa anche al suo esterno, mortale. L’idea di mandare a morte milioni di persone in questo modo, nello stesso luogo dove altri vivono e lavorano senza che si accorgano di nulla è pazzesca, difficilmente realizzabile anche sul piano pratico.

D. Ma lei quando ha sentito parlare per la prima volta del piano di sterminio degli ebrei e delle camere a gas?

R. La prima volta che ho sentito di cose simili la guerra era finita, e io mi trovavo in un campo di

concentramento inglese, ero insieme a Walter Rauff. Rimanemmo entrambi allibiti. Non potevamo

assolutamente credere a fatti così orribili: camere a gas per sterminare uomini, donne e bambini. Se ne parlò con il colonnello Rauff e con gli altri colleghi per giorni. Nonostante fossimo tutti SS, ognuno al nostro livello con una particolare posizione nell’apparato nazionalsocialista, mai a nessuno di noi erano giunte alle orecchie cose simili.

Pensi che anni e anni dopo venni ha sapere che il mio amico e superiore Walter Rauff, che aveva diviso con me anche qualche pezzo di pane duro nel campo di concentramento, veniva accusato di essere l’inventore di un fantomatico autocarro di gasazione. Cose di questo genere le può pensare solo chi non ha conosciuto Walter Rauff.

D. E tutte le testimonianze della esistenza delle camere a gas?

R. Nei campi le camere a gas non si sono mai trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli Americani a Dachau. Testimonianze che si possono definire affidabili sul piano giudiziario o storico a proposito delle camere a gas non ce ne sono; a cominciare da quelle di alcuni degli ultimi comandanti e responsabili dei campi, come per esempio quella del più noto dei comandanti di Auschwitz , Rudolf Höss. A parte le grandi contraddizioni della sua testimonianza, prima di deporre a Norimberga fu torturato e dopo la testimonianza per ordine dei russi gli tapparono la bocca impiccandolo. Per questi testimoni, ritenuti preziosi dai vincitori, le violenze fisiche e morali in caso di mancanza di condiscendenza erano insopportabili; le minacce erano anche di rivalsa sui familiari. So per l’esperienza personale della mia prigionia e quella dei miei colleghi, come, da parte dei vincitori, venivano estorte nei campi di concentramento le confessioni ai prigionieri, i

quali spesso non conoscevano nemmeno la lingua inglese. Poi il trattamento riservato ai prigionieri nei campi russi della Siberia oramai è cosa nota, si doveva firmare qualunque tipo di confessione richiesta; e basta.

D. Quindi per lei quei milioni di morti sono un’invenzione.

R. Io ho conosciuto personalmente i lager. L’ultima volta sono stato a Mauthausen nel maggio del 1944 a interrogare il figlio di Badoglio, Mario, per ordine di Himmler. Ho girato quel campo in lungo e in largo per due giorni. C’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas. Purtroppo tanta gente è morta nei campi, ma non per una volontà assassina. La guerra, le condizioni di vita dure, la fame, la mancanza di cure adeguate si sono risolti spesso in un disastro. Però queste tragedie dei civili erano all’ordine del giorno non solo nei campi ma in tutta la Germania, soprattutto a causa dei bombardamenti indiscriminati delle città.

D. Quindi lei minimizza la tragedia degli ebrei: l’Olocausto?

R. C’è poco da minimizzare: una tragedia è una tragedia. Si pone semmai un problema di verità storica. I vincitori del secondo conflitto mondiale avevano interesse a che non si dovesse chiedere conto dei loro crimini. Avevano raso al suolo intere città tedesche, dove non vi era un solo soldato, solo per uccidere donne, bambini e vecchi e così fiaccare la volontà di combattere del loro nemico. Questa sorte è toccata ad Amburgo, Lubecca, Berlino, Dresda e tante altre città. Approfittavano della superiorità dei loro bombardieri per uccidere i civili impunemente e con folle spietatezza. Poi è toccato alla popolazione di Tokyo e infine con le atomiche ai civili di Nagasaki e Hiroshima. Per questo era necessario inventare dei particolari crimini commessi dalla Germania e reclamizzarli tanto da presentare i tedeschi come creature del male e tutte le altre sciocchezze: soggetti da romanzo dell’orrore su cui Hollywood ha girato centinaia di film.

Del resto da allora il metodo dei vincitori della seconda guerra mondiale non è molto cambiato: a sentire loro esportano la democrazia con cosiddette missioni di pace contro le canaglie, descrivono terroristi che si sono macchiati di atti sempre mostruosi, inenarrabili. Ma in pratica attaccano soprattutto con l’aviazione chi non si sottomette. Massacrano militari e civili che non hanno i mezzi per difendersi. Alla fine, tra un intervento umanitario e l’altro nei vari Paesi, mettono sulle poltrone dei governi dei burattini che assecondano i loro interessi economici e politici.

D. Ma allora certe prove inoppugnabili come filmati e fotografie dei lager come le spiega?

R. Quei filmati sono un’ulteriore prova della falsificazione: Provengono quasi tutti dal campo di Bergen Belsen. Era un campo dove le autorità tedesche inviavano da altri campi gli internati inabili al lavoro. Vi era all’interno anche un reparto per convalescenti. Già questo la dice lunga sulla volontà assassina dei tedeschi. Sembra strano che in tempo di guerra si sia messo in piedi una struttura per accogliere coloro che invece si volevano gasare. I bombardamenti alleati nel 1945 hanno lasciato quel campo senza viveri, acqua e medicinali. Si è diffusa un’epidemia di tifo petecchiale che ha causato migliaia di malati e morti. Quei filmati risalgono proprio a quei fatti, quando il campo di accoglienza di Bergen Belsen devastato dall’epidemia, nell’aprile 1945, era ormai nelle mani degli alleati. Le riprese furono appositamente girate, per motivi propagandistici, dal regista inglese Hitchcock, il maestro dell’horror. E’ spaventoso il cinismo, la mancanza di senso di umanità con cui ancora oggi si specula con quelle immagini. Proiettate per anni dagli schermi televisivi, con sottofondi musicali angoscianti, si è ingannato il pubblico associando, con spietata

astuzia, quelle scene terribili alle camere a gas, con cui non avevano invece nulla a che fare. Un falso!

D. II motivo di tutte queste mistificazioni, secondo lei, sarebbe coprire i propri crimini da parte dei

vincitori?

R. In un primo tempo fu così. Un copione uguale a Norimberga fu inventato anche dal Generale McArthur in Giappone con il processo di Tokyo. In quel caso per impiccare si escogitarono altre storie e altri crimini. Per criminalizzare i giapponesi che avevano subìto la bomba atomica, si inventarono all’epoca persino accuse di cannibalismo.

D. Perché in un primo tempo?

R. Perché successivamente la letteratura sull’Olocausto è servita soprattutto allo stato di Israele per due motivi. Il primo è chiarito bene da uno scrittore ebreo figlio di deportati: Norman Finkelstein. Nel suo libro “L’industria dell’Olocausto” spiega come questa industria abbia portato, attraverso una campagna di rivendicazioni, risarcimenti miliardari nelle casse di istituzioni ebraiche e in quelle dello stato di Israele. Finkelstein parla di “un vero e proprio racket di estorsioni”. Per quanto riguarda il secondo punto, lo scrittore Sergio Romano, che non è certo un revisionista, spiega che, dopo la “guerra del Libano”, lo stato di Israele ha capito che incrementare ed enfatizzare la drammaticità della “letteratura sull’Olocausto” gli avrebbe portato vantaggi nel suo contenzioso territoriale con gli arabi e “una sorta di semi immunità diplomatica”.

D. In tutto il mondo si parla dell’Olocausto come sterminio, lei ha dei dubbi o lo nega recisamente?

R. I mezzi di propaganda di chi oggi detiene il potere globale sono inarginabili. Attraverso una sottocultura storica appositamente creata e divulgata da televisione e cinematografia, si sono manipolate le coscienze, lavorando sulle emozioni. In particolare le nuove generazioni, a cominciare dalla scuola, sono state sottoposte al lavaggio del cervello, ossessionate con storie macabre per assoggettarne la libertà di giudizio.

Come le ho detto, siamo da quasi 70 anni in attesa delle prove dei misfatti contestati al popolo tedesco. Gli storici non hanno trovato un solo documento che riguardasse le camere a gas. Non un ordine scritto, una relazione o un parere di un’istituzione tedesca, un rapporto degli addetti. Nulla di nulla.

Nell’assenza di documenti, i giudici di Norimberga hanno dato per scontato che il progetto che si intitolava “Soluzione finale del problema ebraico” allo studio nel Reich, che vagliava le possibilità territoriali di allontanamento degli ebrei dalla Germania e successivamente dai territori occupati, compreso il possibile trasferimento in Madagascar, fosse un codice segreto di copertura che significava il loro sterminio. E’ assurdo! In piena guerra, quando eravamo ancora vincitori sia in Africa che in Russia, gli ebrei, che erano stati in un primo tempo semplicemente incoraggiati, vennero poi fino al 1941 spinti in tutti i modi a lasciare autonomamente la Germania. Solo dopo due anni dall’inizio della guerra cominciarono i provvedimenti restrittivi della loro libertà.

D. Ammettiamo allora che le prove di cui lei parla vengano fuori. Parlo di un documento firmato da Hitler o da un altro gerarca. Quale sarebbe la sua posizione?

R. La mia posizione è di condanna tassativa per fatti del genere. Tutti gli atti di violenza indiscriminata contro le comunità, senza che si tenga conto delle effettive responsabilità individuali, sono inaccettabili, assolutamente da condannare. Quello che è successo agli indiani d’America, ai kulaki in Russia, agli italiani infoibati in Istria, agli armeni in Turchia, ai prigionieri tedeschi nei campi di concentramento americani in Germania e in Francia, così come in quelli russi, i primi lasciati morire di stenti volutamente dal presidente americano Eisenhower, i secondi da Stalin. Entrambi i capi di Stato non rispettarono volutamente la convenzione di Ginevra per infierire fino alla tragedia. Tutti episodi, ripeto, da condannare senza mezzi termini, comprese le persecuzioni fatte dai tedeschi a danno degli ebrei; che indubbiamente ci sono state. Quelle reali però, non quelle inventate per propaganda.

D. Lei ammette quindi la possibilità che queste prove, sfuggite a una eventuale distruzione fatta dai tedeschi alla fine del conflitto, potrebbero un giorno venir fuori?

R. Le ho già detto che certi fatti vanno condannati in assoluto. Quindi, se poniamo anche solo per assurdo che un domani si dovessero trovare prove su queste camere a gas, la condanna di cose così orribili, di chi le ha volute e di chi le ha usate per uccidere, dovrebbe essere indiscussa e totale. Vede, in questo senso ho imparato che nella vita le sorprese possono non finire mai. In questo caso però credo di poterle escludere con certezza, perché per quasi sessanta anni i documenti tedeschi, sequestrati dai vincitori della guerra, sono stati esaminati e vagliati da centinaia e centinaia di studiosi, sicché, ciò che non è emerso finora difficilmente potrà emergere in futuro.

Per un altro motivo devo poi ritenerlo estremamente improbabile, e le spiego il perché: a guerra già avanzata, i nostri avversari avevano cominciato a insinuare sospetti su attività omicide nei Lager. Parlo della dichiarazione interalleata dei dicembre 1942, in cui si diceva genericamente di barbari crimini della Germania contro gli ebrei e si prevedeva la punizione dei colpevoli. Poi, alla fine del 1943, ho saputo che non si trattava di generica propaganda di guerra, ma che addirittura i nostri nemici pensavano di fabbricare false prove su questi crimini. La prima notizia la ebbi dal mio compagno di corso, e grande amico, Capitano Paul Reinicke, che passava le sue giornate a contatto con il numero due del governo tedesco, il Reichsmarschall Goering: era il suo capo scorta. L’ultima volta che lo vidi mi riferì del progetto di vere e proprie falsificazioni. Goering era furibondo per il fatto che riteneva queste mistificazioni infamanti agli occhi del mondo intero. Proprio Goering, prima di suicidarsi, contestò violentemente di fronte al tribunale di Norimberga la produzione di prove falsificate.

Un altro accenno lo ebbi successivamente dal capo della polizia Ernst Kaltenbrunner, l’uomo che aveva sostituito Heydrich dopo la sua morte e che fu poi mandato alla forca a seguito del verdetto di Norimberga. Lo vidi verso la fine della guerra per riferirgli le informazioni raccolte sul tradimento dei Re Vittorio Emanuele. Mi accennò che i futuri vincitori erano già all’opera per costruire false prove di crimini di guerra ed altre efferatezze che avrebbero inventato sui lager a riprova della crudeltà tedesca. Stavano già mettendosi d’accordo sui particolari di come inscenare uno speciale giudizio per i vinti.

Soprattutto però ho incontrato nell’agosto 1944 il diretto collaboratore del generale Kaltenbrunner, il capo della Gestapo, generale Heinrich Müller. Grazie a lui ero riuscito a frequentare il corso allievi ufficiali. A lui dovevo molto e lui era affezionato a me. Era venuto a Roma per risolvere un problema personale del mio comandante, ten. colonnello Herbert Kappler. In quei giorni la quinta armata americana stava per sfondare a Cassino, i russi avanzavano verso la Germania. La guerra era già inesorabilmente persa. Quella sera mi chiese di accompagnarlo in albergo. Essendoci un minimo di confidenza mi permisi di chiedergli maggiori dettagli sulla questione. Mi disse che tramite l’attività di spionaggio si aveva avuto conferma che il nemico, in attesa della vittoria finale, stava tentando di fabbricare le prove di nostri crimini per mettere in piedi un giudizio spettacolare di criminalizzazione della Germania una volta sconfitta. Aveva notizie precise ed era seriamente preoccupato. Sosteneva che di questa gente non c’era da fidarsi, perché non avevano senso dell’onore né scrupoli. Allora ero giovane e non diedi il giusto peso alle sue parole, ma le cose poi di fatto andarono proprio come il generale Müller mi aveva detto. Questi sono gli uomini, i gerarchi, che secondo quanto oggi si dice avrebbero dovuto pensare e organizzare lo sterminio degli ebrei con le camere a gas! Lo considererei ridicolo, se non si trattasse di fatti tragici.

Per questo quando gli americani nel 2003 hanno aggredito l’Iraq con la scusa che possedeva “armi di distruzione di massa”, con tanto di falso giuramento di fronte al consiglio di sicurezza dell’ONU del Segretario di stato Powel, proprio loro che quelle armi erano stati gli unici a usarle in guerra, io mi sono detto: niente di nuovo!

D. Lei da cittadino tedesco sa che alcune leggi in Germania, Austria, Francia, Svizzera puniscono con il carcere chi nega I’Olocausto?

R. Sì, i poteri forti mondiali le hanno imposte e tra poco le imporranno anche in Italia. L’inganno sta proprio nel far credere alla gente che chi, per esempio, si oppone al colonialismo israeliano e al sionismo in Palestina sia antisemita; chi si permette di criticare gli ebrei sia sempre e comunque antisemita; chi osa chiedere le prove della esistenza di queste camere a gas nei campi di concentramento, è come se approvasse una idea di sterminio degli ebrei. Si tratta di una falsificazione vergognosa. Proprio queste leggi dimostrano la paura che la verità venga a galla. Ovviamente si teme che dopo la campagna propagandistica fatta di emozioni, gli storici si interroghino sulle prove, gli studiosi si rendano conto delle mistificazioni. Proprio queste leggi apriranno gli occhi a chi ancora crede nella libertà di pensiero e nella importanza della indipendenza nella ricerca storica.

Certo, per quello che ho detto posso essere incriminato, la mia situazione potrebbe addirittura ancora peggiorare ma dovevo raccontare le cose come sono realmente state, il coraggio della sincerità era un dovere nei confronti del mio Paese, un contributo nel compimento dei miei cento anni per il riscatto e la dignità del mio popolo.

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Per entrare nel contesto storico, Da leggere Link:

https://saragio.wordpress.com/2013/08/18/25-aprile/

+++ http://parlamento17.openpolis.it/atto/documento/id/6125

La questione Priebke assume toni grotteschi

by  • 14 ottobre 2013 •

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13 ottobre 2013 – di Cristiano Patuzzi – Nuova Auras
FosseArdeatine
Più giro la Rete, i social network e i commenti sulle pagine dei quotidiani online e più mi assale una sensazione di sdegno e depressione!
Impressionante! Incredibile il livello di bassa cultura e tutto questo desiderio di macelleria che trasforma irrimediabilmente le masse schiave in carnefici peggiori di quanto loro stessi accusino il soggetto in questione.

Io non desidero difendere l’onore o l’operato di Priebke, tuttavia non posso tollerare la marea di cattiveria spesso ignorante che pervade la Rete in questi giorni e soprattutto la tranquillità con la quale tale cattiveria viene giustificata sulla base di informazioni di cui, scommetto, un buon 90% delle persone nemmeno conosce.

Io non sono di certo un nazista, (va premesso sempre, in presenza di tal ignoranza da tribunale d’inquisizione) non mi reputo nemmeno di destra o sinistra, (concetti artefatti, utili solo a chi tira i fili in nome del dividi et impera) mi reputo un uomo libero da preconcetti politici o ideologici e perseguo, o almeno ci provo, la filosofia dell’obiettività a prescindere da qualsiasi indottrinamento sociale o culturale ai quali siamo stati abituati e con i quali veniamo drogati e sedati sin dall’infanzia. Da chi? …ma naturalmente da chi conquista il suo diritto a scrivere la Storia!
Quindi da adesso in poi si tratta solo di seguire una pura e limpida logica mentale, niente preconcetti, niente giudizi (soprattutto i giudizi e le sentenze, che abbiamo semplicemente ereditato dal sistema e non si basano pertanto sul personale ragionamento e discernimento dei fatti, ma solo da quanto ci è stato riportato) In un regime come quello in cui viviamo basare la giustizia, personale o sociale che sia, diviene pericoloso e facilmente fallimentare… alla pari di un linciaggio sommario sulla base di illazioni o prove indiziarie.

Tornando alla premessa, non sono certo un simpatizzante nazista, anzi ritengo che chi si professa tale oggi (basandosi sullo stereotipo storico tramandato) abbia dei seri problemi psicologici. Tuttavia riesco a non dare per scontato quanto ci è stato insegnato a riguardo. Intendo dire che non è proprio detto che quello che noi oggi conosciamo sul nazionalsocialismo corrisponda a quanto sia stato realmente. Affermo ciò semplicemente perché a differenza di chi basa la propria esistenza sulla base di canoni preconfezionati senza porsi domande, io le domande me le sono fatte e parecchie. Quando ti fai domande, automaticamente vai alla ricerca delle risposte e non sempre queste risposte danno il medesimo risultato delle versioni “ufficiali”.

Bisogna precisare che sul nazismo si sono spese davvero tonnellate di parole e affermazioni, costruzione di prove e confessioni che ne hanno valorizzato l’immagine oscena e inaccettabile che tutti oggi conoscono. Sono stati particolarmente bravi ed efficienti i nostri antenati nello scrivere quella particolare porzione di storia. Peccato però che esistono migliaia di “buchi neri” domande senza risposta, risposte non molto coerenti con il contesto e parecchie, parecchie ma parecchie menzogne costruite. Il fatto è che per scoprirle è necessario voler far chiarezza e purtroppo sull’argomento non solo non c’è interesse a farlo ma si è anche pesantemente ostacolati.
Da questo non si deduce un granché, lo so, ma io non sono qui per svelare segreti o portare prove, non è il mio compito, se volete risposte o prove di quanto affermo andate a cercarvele! Il mio compito (personale) è semplicemente dichiarare con tutta la libertà che mi prendo, che a certe risposte si arriva solo cercandola la verità, non accettandola ciecamente da chi si è scritto la storia a proprio uso e consumo, dopo aver commesso indicibili crimini dei quali però nessuno gli chiede conto! Perché in realtà, il nodo di tutto è proprio lì!

Ogni fervido “anticomplottista” è sempre pronto a puntare il dito asserendo che per confutare una tesi sono indispensabili criteri scientifici e prove.
Giusto! Infatti tali criteri vengono esauditi, certo se le prove si volessero guardare. Peccato che quasi sempre ogni prova attendibile viene puntualmente scartata, facendosi beffa dei tanto decantati “criteri scientifici” e attenzione che questo concetto non è applicato solo al caso specifico “nazismo” ma a quasi tutte le tesi bollate come “complottiste”

Ma veniamo a noi, al caso Priebke.
Un uomo che la storia ha dichiarato colpevole (assieme al generale Herbert Kappler e l’ufficiale Karl Hass) dell’eccidio delle fosse Ardeatine, 335 civili fucilati il 23 marzo del 1944 come ritorsione dell’attentato (mi spiace ma per essere corretti va identificato così) contro l’undicesima compagnia del terzo battaglione del reggimento SS “Bozen”, composta di altoatesini.
Non è che non rispetti la morte dei 335 esseri umani, dei quali certamente ritengo sia stata assolutamente ingiustificata l’esecuzione, ma vorrei cercare di andare oltre al naturale senso di sdegno e rabbia e analizzare con lucidità i fatti. Gli esecutori dell’attentato alla colonna nazista erano al corrente della regola 10×1 (10 morti x ciascun soldato tedesco ucciso) per cui sapevano, erano consci che la ritorsione verso il loro gesto sarebbe costata la vita a 330 connazionali (+5). Perché nessuno degli esecutori si presentò per sostituirsi a persone innocenti quale gesto di esempio e dignità? Perché queste persone hanno vissuto fino a pochi anni fa senza che comunque la loro responsabilità venisse presa in considerazione? Anzi, osannati come eroi!
A casa mia gli eroi sono persone che sacrificano la loro vita per salvarne altre, gli eroi sono coloro che si mettono in gioco per salvare vite non per toglierle!  Se io stasera tornassi a casa ubriaco e investissi una persona cagionandone la morte, non sarei giudicato un assassino ma certamente dovrei rispondere di omicidio colposo. Questo perché non era certo mia intenzione ucciderlo ma conosco bene il rischio di guidare in stato di ebrezza, so che ogni mia azione genera conseguenze…  Perché i membri del Gap (gruppi di azione partigiana) Mario Fiorentini, Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Giulio Cortini e gli altri, non dovrebbero rispondere dello stesso crimine? Perché i loro 33 soldati uccisi non dovrebbero contare quale strage e la ritorsione tedesca invece sì? Perché nessuno accusa i Gap di aver provocato la carneficina delle Ardeatine?
Perché uccidere dei soldati in stato di guerra non è omicidio? vero? …è questo che pensate, che essendo soldati tedeschi la giustizia è fatta uccidendoli invece che condannando il loro omicidio quali anch’essi esseri umani …giusto? Bene, è proprio qui che voglio arrivare, non siete quindi meglio dei nazisti se ragionate così! I Gap hanno causato volontariamente una carneficina che poi ha generato la sua diretta conseguenza, la ritorsione tedesca, sbagliata quanto volete ma ben risaputa dagli artefici dell’attentato. e poi si era in stato di guerra, i soldati obbediscono agli ordini. Se vogliamo accusare Priebke di avere eseguito degli ordini allora dobbiamo accusare ogni singolo soldato di qualunque schieramento che ha ucciso perché gli fu ordinato di farlo? Sapete quanti civili, italiani e non, sono stati trucidati dagli amati “liberatori”?
Non sto difendendo chi ha fatto uccidere 335 persone, sto cercando di essere equo nell’elargire giudizi, in quello che constato in questi giorni in merito alla sepoltura di Priebke, vedo solo tanto veleno, cattiveria e intransigenza, ma soprattutto noto con quanta facilità si soppesano diversamente i morti, come al solito, a secondo di quanto conviene!

Detto ciò vorrei analizzare ora alcuni dei crimini commessi dagli alleati durante la seconda guerra mondiale. Giusto per “par condicio”

Cominciamo con due stragi targate “alleati” ma da sempre attribuite ai tedeschi
Strage di Katyn
L’eccidio del 1940 nelle foreste di Katyn, vicino alla città russa occidentale di Smolensk, dove furono massacrati circa 22.000 ufficiali polacchi, è rimasto per decenni uno dei tabù della storia contemporanea, da sempre attribuito ai nazisti, (e non è il solo evento) nascosto e negato durante la guerra fredda da parte dell’Urss. Solo parecchi anni dopo la Duma ammise che furono i soldati russi a compiere il massacro.

Strage del Duomo di San Miniato
Avvenne il 22 luglio del 1944 a San Miniato in provincia di Pisa. 55 persone radunate all’interno del Duomo morirono a seguito di una granata sparata dal 337° Battaglione di artiglieria campale statunitense. Fino al 2004 tale “incidente” fu fatto passare per l’ennesimo massacro nazista, più precisamente dalla Terza Divisione granatieri corazzati.

Passiamo ora ai crimini Americani commessi in Italia durante e dopo la “liberazione”
Bombardamento di Palermo
Il 9 maggio 1943, 300 bombardieri americani volando in formazioni serrate sopra la città sganciarono una quantità rilevante di bombe sull’abitato civile provocando molte centinaia di morti innocenti: donne, vecchi, bambini che non avevano nulla a che vedere con la guerra. Quei bombardieri erano venuti per chiudere i conti una volta per tutte con una città già sottoposta a continui devastanti bombardamenti, ma in quel momento disarmata e indifesa in quanto abbandonata dai contingenti militari italiani e tedeschi

Eccidio di Piano di Stella
Riporto le parole di Giuseppe Ciriacono (oggi 73enne) unico sopravvissuto.
«Verso il pomeriggio tardi sentimmo qualcuno che chiamava dall’esterno del rifugio: “uscite fuori, uscite fuori”, la voce gridava. Così uscimmo fuori e trovammo un soldato che parlava bene l’italiano e ci chiese di entrare a casa per vedere se vi erano soldati tedeschi. Mio padre si apprestò a fare perlustrare la casa, ma quando arrivammo davanti alla porta ci accorgemmo che già i soldati avevano sfondato la porta ed erano entrati. Dopo qualche ora arrivarono altri soldati… ormai era all’imbrunire. Ci fecero segno di uscire, ma nessuno parlava italiano. Eravamo in sei persone e ci fecero segno di seguirli verso Acate. Il nostro podere confinava con il territorio della provincia di Ragusa e, dopo avere camminato un po’, giungemmo presso una casa che apparteneva a un certo Puzzo…Gli americani ci portarono in questa casetta, il terreno circostante era piantato a vigneto e lì ci fecero segno di sederci… Poi i soldati imbracciarono delle armi, dei fucili mitragliatori, e si misero ad angolo, uno da un lato e l’altro dall’altro. Ricordo che quando assunsero questa posizione il signor Curciullo, che era accanto a me, disse: “cumpari Pippinu haiu ‘mprissioni che ci vogliono uccidere”. A questo punto, mentre parlavano, mi sentii prendere da qualcuno per il bavero della camicia e tirarmi su…allora ero ragazzine, andavo ancora alle elementari e sentivo i racconti dei fratelli Bandiera e cose del genere e pensai che il primo aessere ucciso sarei stato proprio io. Quando mi sentii tirare per il bavero, girandomi vidi questo americano che aveva il fucile abbrancato, con la mano sinistra teneva un’anguria con la destra mi tirava. Appena mi girai a guardarlo disse delle frasi che a mio parere volevano dire di allontanarmi. Non appena mi allontanai 20, 30 passi circa sentii una raffica di mitra e le urla di mio padre, del mio amico e degli altri. Li avevano uccisi. Subito dopo fui preso in consegna da questo soldato che mi portò da un suo superiore, lo nel frattempo cercai di ribellarmi gridando: “Là hanno sparato a mio padre” e volevo raccontare quello che era successo. Invece il superiore mise la mano in tasca e cercò di darmi dei cioccolatini, che io rifiutai e glieli scagliai in faccia. Dopo un po’ arrivarono altri due soldati e fui dato in consegna a questi. Come a dire: portatevelo con voi. Ormai era sera tarda e sentivo le cannonate provenienti dalla zona di Caltagirone. C’erano tanti soldati americani e due di loro mi portarono nella campagna degli Scrofani di Vittoria, all’epoca tutto uliveto. Sotto una pianta di ulivo distante circa cinquanta metri dalla strada provinciale Vittoria-Caltagirone, scavarono una trincea. Verso l’una di notte, uno di questi soldati mi abbracciò come un padre, l’altro, invece, si comportò come se io non esistessi. Poi mi lasciarono tutto solo. La stanchezza mi prese e mi addormentai dentro la trincea. Qualche ora più tardi mi sentii spingere con il piede da un soldato. Mi fece segno di andarmene indicandomi la strada per Acate. lo volevo andare dall’altra parte, verso Santo Pietro dove c’era la mia casa e mia madre…ma il soldato mi fece capire che se avessi preso quella direzione mi avrebbe sparato».
l piccolo Giuseppe girovagò ancora un giorno e una notte prima di ritrovare sua madre, che non sapeva ancora nulla di quanto era accaduto. Insieme tornarono sul luogo dell’uccisione dove ritrovarono i corpi dei cinque contadini in stato di decomposizione. Giunsero appena in tempo per assistere una frettolosa sepoltura da parte degli stessi soldati americani in una fossa comune ricavata facendo esplodere una bomba. Giuseppe venne anche a conoscenza che qualche ora prima dì uccidergli il padre, i soldati americani erano stati in un altro podere, quello della famiglia Smirlo, dove avevano ammazzato un ragazzo, Francesco Mercinò, e un altro contadino, Nicolo Noto. Giuseppe Ciriacono non ha mai voluto raccontare questa storia a nessuno, se non al nipote, Gianfranco, che qualche anno fa ne ha fatto oggetto di una tesi di laurea. Di recente l’ha voluta rendere pubblica con un libretto stampato a proprie spese e nel giugno scorso si è spinto oltre, scrivendo al presidente della Repubblica per chiedere l’apertura delle indagini e un regolare processo che facesse luce su quanto accaduto 61 anni fa. Non solo sull’eccidio di cui è stato testimone suo nonno Giuseppe, ma anche sul massacro di 73 prigionieri italiani, compiuto l’indomani, il 14 luglio, dagli stessi soldati americani proprio a pochi chilometri dal podere 26

Massacro di Biascari (Agate)
La mattina del 14 luglio, il giorno dopo i fatti accaduti a Piano Stella, i soldati della 45° divisione americana raggiunsero le campagne circostanti l’aeroporto di Bi-scari, nei pressi di Acate. Al 180° reggimento di fanteria della divisione toccò il compito di conquistare il campo di aviazione, difeso dalla divisione tedesca Hermann Goering e da un gruppo di cecchini italiani ben appostati lungo la strada n. 115. Lo scontro, in quella strada soprannominata dagli stessi americani «il viale di Adolph», fu durissi-mo e la forte resistenza italo-tedesca impegnò parecchio gli inesperti soldati americani (per la 45° divisione la campagna di Sicilia rappresentò il battesimo del fuoco). Intorno a mezzogiorno un gruppo di 36 soldati italiani, alcuni dei quali in abiti civili, si arrese (sul fatto che fossero tutti soldati vi sono a tutt’oggi dubbi, anche se questa ipotesi appare la più verosimile, visto che si parla di combattimenti). Il comandante della compagnia C, il capitano John T. Compton, senza pensarci due volte, ordinò di uccidere subito i prigionieri. Gli italiani vennero schierati lungo la strada e fucilati all’istante. Nella stessa giornata, poco distante dal luogo dove era avvenuta l’esecuzione, un’altra compagnia, la A, catturò 45 soldati italiani e tre tedeschi. Uno dei sottufficiali, il sergente Horace T. West, aveva ricevuto l’ordine di scortare 37 di loro (gli altri pare fossero feriti), tutti italiani, nelle retrovie per farli interrogare dal servizio informazioni del reggimento. West, insieme a un caporale e un gruppetto di suoi soldati, prese in consegna i prigionieri e si avviò lungo la strada provinciale in direzione di Acate. Dopo avere percorso un paio di chilometri bloccò la marcia dei 37 prigionieri, facendoli disporre lungo un fosso, ai margini della carreggiata. Gridando che avrebbe ucciso quei «figli di una cagna», aprì il fuoco. Ne uccise 36.

Uno dei progionieri tentò la fuga, ma venne colpito alla schiena dal caporale americano al quale il sergente West aveva ordinato a sua volta di sparare. Il massacro venne portato a conoscenza del comandante del II corpo d’armata. Ornar Bradley, il quale a sua volta informò il generale Patton. Quest’ultimo cercò in qualche modo di minimizzare l’accaduto, suggerendo a Bradley di dire che «gli uomini uccisi erano cecchini o che avevano tentato la fuga», aggiungendo che, «d’altra parte, ormai sono morti e non c’è più niente da fare». Bradley fece esattamente il contrario, deferendo i due uomini alla corte marziale con l’accusa di omicidio premeditato di 73 prigionieri di guerra. La corte marziale americana si riunì il 30 agosto per dibattere il caso. West aveva 34 anni ed era nato nell’Oklaoma. L’imputazione era chiara: violazione dell’art. 92 del codice di guerra per avere «fucilato con premeditata cattiveria, volontariamente, illegalmente e con crudeltà 37 prigionieri di guerra». Gli atti che riportano l’interrogatorio del sergente West e di altri testimoni della vicenda fanno emergere l’inaudita violenza dell’eccidio. West, dopo avere sparato una prima raffica di mitra contro i prigionieri, caricò nuovamente l’arma e fece ancora fuoco su coloro che ancora non erano morti. Il cappellano militare William E. King, nella sua testimonianza, racconta di essersi imbattuto in quei corpi senza vita il giorno dopo, mentre viaggiava lungo la strada che conduce all’aeroporto di Biscari. Si accorse subito che tutti quei cadaveri, disposti in linea, l’uno di fianco all’altro, con la faccia in su, non potevano essere stati trasportati lì per la sepoltura e che qualcuno li aveva uccisi in quel luogo. King testimoniò di avere notato subito che alcuni corpi avevano sulla schiena un foro di proiettile calibro 90, mentre altri presentavano un foro di pistola nella testa.

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A sua difesa, sergente West sostenne di avere eseguito gli ordini del generale Patton. Questi avrebbe detto ai suoi soldati che durante i combattimenti non bisognava prendere prigionieri. Alla fine, la corte stabilì che West aveva compreso male le parole del suo generale e che Patton avrebbe semplicemente affermato che non bisognava fare prigionieri durante i combattimenti e non dopo che il nemico si fosse arreso. Per la commissione medica che doveva pronunciarsi sullo stato di salute mentale dell’imputato. West era sano di mente quando compì la feroce esecuzione. La corte marziale condannò West all’ergastolo, senza però l’aggravante della degradazione. Venne mandato nella prigione di Lewi-sburg in Pensilvania, dove però scontò solo pochi mesi di pena. Riguardo all’eccidio compiuto dal capitano Compton, la Corte marziale dichiarò quest’ultimo prosciolto dall’accusa. Delle 73 vittime non si conosce nulla. Non si conoscono i nomi né se fossero tutti militari. Si sa soltanto che furono seppelliti in una fossa comune sul luogo dell’eccidio. Probabilmente la notizia della loro morte, a guerra finita, è giunta ai parenti con l’amara motivazione di «caduto in combattimento».
Fonte: parmanelweb

Il generale Patton
Nei giorni immediatamente successivi allo sbarco di Gela del 10 luglio 1943, 73 prigionieri italiani furono brutalmente uccisi a sangue freddo da un plotone della 45ª divisione americana mentre venivano portati dietro la prima linea e precisamente nelle località di Biscari (oggi Acate) e Comiso. A ordinare il massacro fu il generale George Smith Patton, comandante della divisione; un cinquantottenne dal linguaggio scurrile e dal carattere violento, che amava esibire al suo cinturone due pistole tipo western con le impugnature in avorio. Subito dopo lo sbarco c’era stato un preciso invito di Patton ai suoi uomini: «Uccidere quei figli di puttana che fingessero di arrendersi». Pochi giorni dopo a Canicattì, a pochi chilometri da Agrigento, i soldati di Patton spararono sulla folla di civili che protestava pacificamente per fame uccidendo una decina di disperati. Il cinismo e la disumanità del generale massacratore non trovarono censori nell’ambito del comando dell’armata Usa in Sicilia grazie alla decisione di Ike Eisenhower che ordinò di metter tutto a tacere per non esporre a rischio il prestigio delle forze americane che, proprio in quei giorni, con il sostegno della mafia, si accingevano a conquistare, senza sparare un colpo, Palermo e il versante occidentale dell’isola. Un mese dopo, durante una ispezione in un ospedale mobile nella capitale siciliana, Patton, mollò uno schiaffo a un soldato americano decretando l’inizio della sua parabola discendente. Non pagò per gli eccidi compiuti ma per un rispetto mancato ad un suo connazionale.

…e questo è quello che i vostri cari amici “liberatori” hanno fatto dalla fine del conflitto a oggi  Dossier Terrorismo Usa

Perché di tutte le carneficine compiute da tutte le parti, durante e dopo la guerra, si dovrebbe giustificare un così feroce rancoroso comportamento nei confronti di un uomo, chiamare in causa valori e principi, quando lo stesso metro di giudizio non viene mai applicato a chiunque si macchiasse di crimini analoghi …o di gran lunga peggiori?
Non scenderò nel merito della veridicità sul nazismo, non ora almeno, dico semplicemente che mi stomaca tutto questo astio, questa rabbia che si volge verso un cadavere, un uomo che non ha più facoltà di rivalsa. Negarne la sepoltura descrive solamente la volontà di vendetta, significa voler infierire e l’accanimento pubblico, quasi istituzionale che sta avvenendo sulla questione non fa di certo onore a persone che credono di essere migliori dell’accusato.
Io posso capire chi perse direttamente parenti, chi visse quei momenti, loro li capisco ma tutti voi altri, voi che sbraitate, che urlate “Oltraggio” Voi!  L’unico oltraggio è ai danni dell’intelligenza umana. L’oltraggio vero è constatare che avete di fronte, davanti agli occhi, i peggiori criminali del pianeta, compiono quotidianamente stermini e atrocità …e voi li votate, li ammirate, li ascoltate …e poi vi scagliate contro un morto, tutti attivi e laboriosi nel sentenziare il suo non diritto alla sepoltura. Vi occupate dei morti e non fate un cazzo di niente per tutti quelli che potreste salvare, siete solo dei poveri ignoranti che molto probabilmente non sanno nemmeno di cosa parlano, avete solo sentito la parola “nazista” e la vostra programmazione ha fatto il resto. Siete tenuti ancorati al passato e il vostro disinteresse presente vi rende i carnefici futuri!
Lui era obbligato all’obbedienza di ordini militari, giusto o sbagliato che fosse, Erich Priebke non ha commesso atti diversi da qualunque altro soldato in guerra. Americani, Inglesi, Francesi, lo stesso nostro attuale governo, si macchiano ancora oggi di carneficine e atrocità sotto il naso di tutti. Non vedo tutto questo sdegno, questa rabbia furiosa, questo rancore!
Tutto questo grottesco circo di indignazione non ha nulla da invidiare all’Inquisizione spagnola, una caccia alle streghe in stile seicentesco, non ti indigni? dunque sei un nazista! Difendi Priebke? Nazista!  Capaci solo di puntare il dito, il cervello può fare un po’ di più, ve l’hanno detto?
Non sono nazista e nemmeno di destra, anzi vi dirò che simpatizzo un po’ per un certo comunismo …ma ho la capacità di non farmi influenzare da ideologie e letterature non proprio imparziali!

Cristiano Patuzzi

antinegazione

LETTERA DI INDRO MONTANELLI A ERICH PRIEBKE

«Signor Capitano Come cittadino italiano, non posso compiacermi certamente di una sentenza insensata. Ma siccome insensato era il processo, penso che anche lei se ne possa contentare. Da vecchio soldato, e sia pure di un esercito molto diverso dal suo, so benissimo che lei non poteva fare nulla di diverso da ciò che ha fatto, anche se ciò che ha fatto è costata la vita a due miei vecchi e cari amici: Montezemolo e de Grenet, ed anche se, nel momento in cui lei lo faceva, io mi trovavo prigioniero dei tedeschi nel carcere di S.Vittore a Milano, dove potevo subire la stessa sorte toccata agli ostaggi delle Ardeatine. Non so cosa lei farà, quando sarà libero di farlo. Ma qualunque cosa faccia e dovunque vada, si ricordi che anche tra noi italiani ci sono degli uomini che pensano giusto, che vedono giusto, e che non hanno paura di dirlo anche quando coloro che pensano e vedono ingiusto sono i padroni della piazza.

Auguri signor Capitano. Indro Montanelli».

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Conclusione di   il 18 ottobre 2013

All’età di 100 anni è morto Erich Priebke. Non era un “uomo qualsiasi”, era colui che aveva partecipato all’eccidio delle Fosse Ardeatine, massacro organizzato ed eseguito da Herbert Kappler, ufficiale della SS., che per rappresaglia (l’uccisione di 32 soldati tedeschi) fece sterminare a Roma, il 24 marzo 1944, 335 persone, civili e militari italiani, vecchi, donne e bambini, di cui 75 ebrei.
Priebke, la notte prima della strage, scelse personalmente, in una lunga lista di nomi, quelli di coloro che dovevano essere trucidati con colpi di fucile alla nuca. Si proclamò innocente, perché aveva solo “eseguito degli ordini” e non si pentì mai di ciò che aveva commesso, pur proclamandosi cattolico.
Dopo la sconfitta della Germania riuscì a scappare, grazie all’aiuto di alcuni preti altoatesini, fu battezzato e si convertì al cattolicesimo. Si rifugiò in Argentina, dove visse indisturbato per molti anni, fino a quanto venne rintracciato, estradato in Italia negli anni novanta, ed infine condannato a scontare l’ergastolo.
Per la sua tarda età gli furono concessi gli arresti domiciliari; viveva a Roma con una badante, e si spostava solo per esigenze strettamente necessarie.
Era imputato in “concorso in violenza con omicidio continuato in danno di cittadini italiani” per i fatti accaduti a Roma. Molti lo odiavano, qualcuno lo osannava ancora, altri hanno “salutato il capitano” nel giorno della sua morte, gruppi neonazisti hanno reso omaggio alla salma, cittadini antifascisti hanno protestato perché non fosse celebrato il funerale. Una notte di scontri con nazisti, antifascisti, forze dell’ordine, davanti a una salma chiusa in una bara di legno. Pareri di Sindaci, Prefetti, un presunto rito funebre celebrato di nascosto, la Germania, paese natale di Priebke, che ha vietato la sepoltura in terra germanica perché il defunto non era lì residente.
Qualcuno ha detto che i crimini commessi dal regime nazista sono segno indelebile nella storia e che chi li ha commessi deve essere giudicato e cancellato dalla memoria collettiva. Io non sono d’accordo, perché penso che la storia vada “raccontata” alle nuove generazione nella sua totalità, con nomi e cognomi di chi commette il bene e di chi commette il male. Stranamente il male fa sempre notizia; si tende a ricordare nei dettagli la cattiva azione commessa, a rivangarla, ad arricchirla di particolari, a parlarne all’infinito. Così è successo per la morte di Priebke; i giornali ne hanno scritto, e ne parlano tuttora, dedicando ampi articoli e commenti sui quotidiani, forse perché riguardava un fatto aberrante accaduto in Italia, e questo ci tocca un po’ tutti più da vicino. Se Priebke avesse commesso la stessa carneficina in un altro paese, forse la sua morte non avrebbe suscitato tutto questo scalpore…E questa è altra cosa dal ricordare il passato, dal non dimenticare, perché l’orrore non va dimenticato ma spiegato ai più giovani nella sua crudeltà affinché rimanga nella memoria.
I crimini vanno sempre condannati; la giustizia degli uomini è sommaria, perché per chi crede c’è un’altra giustizia, che è l’unica importante.
Il bene invece non fa notizia, vive un po’ nell’ombra, è gratuito e non chiede nulla in cambio. Due righe per ricordare qualcuno che ha commesso una buona azione, che si è distinto per la sua bontà o il suo altruismo, che ha aiutato chi era nella prova, che ha teso una mano.
In questa nostra povera Italia le notizie di cronaca nera hanno sempre più risalto sulle pagine dei giornali, e anche le televisioni ci bombardano con immagini di guerra e cattiverie, arricchendole di particolari, sempre inutili e dannosi.
Anche per la morte di quello che è stato definito “criminale di guerra” si è sollevato un polverone, ma tutti sembra abbiano scordato la pietà. Che non è colo cristiana, intendiamoci, e che non si deve confondere con la compassione. La compassione cristiana, diceva Papa Benedetto XIV, non ha niente a che vedere col pietismo, con l’assistenzialismo; piuttosto è sinonimo di solidarietà e di condivisione, ed è animata dalla speranza. Nulla a che vedere , quindi. Escludiamo ogni giudizio morale; c’è una pietà “del cielo” che non manca mai, la pietà è una facoltà preziosa dell’anima che non tutti provano. I Tribunali condannano, le nostre coscienze condannano, il male, qualunque forma assuma, va deplorato, ma non siamo i giudici ultimi. Fedor Dostoevskij diceva: “Pietà quanta se ne vuole, ma non lodate le cattive azioni: date loro il nome di male”.
Il corpo di Priebke, sepolto, incenerito, ovunque si trovi o si troverà, tornerà alla polvere, e svanirà; in un certo senso non sarà mai esistito e sarà nella pace cosmica … ma la sua anima troverà mai pace?


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3 commenti on “Priebke il perdente”

  1. IL PERDENTE ?!?!?!? Capisco che vogliate per forza sentirvi superiori a chi ha commesso atti come quelli di Priebke, ma guardare in faccia alla realtà, prima di fare commenti, sarebbe quantomeno doveroso e soprattutto DA PERSONE CON LE PALLE !!! Questo qua è arrivato a 100 anni di età, senza che qualcuno potesse scalfire lui o la sua essenza, è morto dichiarandosi fedele alle sue convinzioni e che non rinnega nulla di quello che ha fatto (cose per le quali, NON E’ STATO PUNITO) e voi lo chiamate PERDENTE ?!?!?!? Cazzo è come dire PERDENTE a GIULIO ANDREOTTI !!! Brutta cosa l’invidia !!! Questo ha messo tutti in saccoccia ed è pure arrivato ad un età riservata a pochissimi su questo pianeta !!! E voi lo chiamate perdente ?!?!?! Hahahahahahha, guardatevi allo specchio, perché se siete convinti che Priebke fosse IL PERDENTE, il vero perdente è quello che vedete riflesso nello specchio !!!

  2. saragio ha detto:

    Priebke: il funesto epilogo di una tragedia italiana
    Di Vincenzo Scarpello, il 15 ottobre 2013 – # – Replica
    erich-priebke-morto-18-770x546La cosa che più ha disgustato delle polemiche che sono seguite alla morte dell’Hauptsturmführer delle SS Erich Priebke, l’ufficiale inferiore ad Herbert Kappler, il responsabile della fucilazione alle Fosse Ardeatine di 335 italiani, è stata la melmosa e letamosa valanga di insulti che gli sono stati riversati addosso, conformandosi alla massificazione mainstream che ne ha voluto la personificazione di tutto l’incontrovertibile male che l’infame ideologia nazionalsocialista incarna. Come il capro espiatorio destinato a Azazel gli si sono caricati addosso tutti i peccati del popolo tedesco contro l’Italia nel corso della seconda guerra mondiale, indipendentemente dalla secondarietà del ruolo che egli ricoprì nei noti fatti delle Fosse Ardeatine. Vittima sacrificale del senso di vendetta mai sopito degli orfani della guerra civile, ma anche proiezione oscura di quel crimine orrendo che portiamo addosso come popolo che furono le leggi razziali.
    Da legge, dell’ottimo Saverio Gentile, il volume “La legalità del male”, prima opera scientifica che tratta con impressionante lucidità e con approfondimento enciclopedico la complessa vicenda della genesi e dell’applicazione delle leggi razziali in Italia, onta non solo del Regime fascista, che in esse vide il suo punto più oscuro, ma di tutti gli ambiti della società italiana, dagli studiosi ai pratici del diritto, che le misero in pratica con crudele sadismo, conformandosi tutto un popolo alla decisione di un Capo assunta per compiacere il nuovo crudele alleato e per tentare di dare una spallata in senso totalitario ad un Regime che si stava imborghesendo, che aveva perso la spinta rivoluzionaria, nel senso socialista del termine del ’19. Una crudeltà tutta borghese riversata sulle spoglie del Capitano Priebke, mutata di segno, ma è la medesima, infame, generalizzata.
    Abbiamo visto cattolici che abborbano le altrui giornate col loro pietoso devozionismo, entusiasti del nuovo corso ecclesiale, sostituirsi a Dio ed emettere condanne e sentenze di eterna dannazione, manipolando azzeccagarbugliscamente lo stesso codice di Diritto Canonico per negare le Esequie al cattolico Priebke, esempio mirabilmente didascalico di vigliacco fariseismo e di mancanza di umanità.
    Abbiamo visto garantisti trasformarsi in retribuzionisti, immemori dei principi di umanità dei quali vorrebbero farsi paladini, che improvvisamente, da atei, si convertono ad una religione dove esiste il solo novissimo dell’Inferno, riservato ad un nazista centenario.
    Strano non abbiano riservato lo stesso sdegno, la stessa istrionica indignazione, quando tirano le cuoia i boia titini, gli infoibatori sloveni ed i loro tirapiedi italiani, assassini di decine di migliaia di italiani, o per i criminali americani che sganciarono le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, o quei piloti della Raf che, a guerra finita, sfogarono la loro sete di vendetta sulla popolazione inerme di Dresda.
    Non parliamo ovviamente della dipartita del partigiano che della strage di Via Rasella fu esecutore, precedendo il capitano delle SS che comandava il plotone di esecuzione alle Ardeatine di qualche mese dinanzi al giudizio di Dio.
    Non ve ne parliamo non per remore di sorta, ma perché la Cassazione con una discutibilissima recente pronunzia ne ha blindato la memoria, sottraendolo al giusto, completo, spietato giudizio storico che il suo amaro caso meriterebbe con completezza. E non è il timore dell’ingiusta legge a negare il giudizio su di lui, né l’etica professionale che impone di rispettare le sentenze della Suprema Corte pur non condividendole affatto.
    Non ne parliamo perché conviene a tutti che non sia approfondita fino in fondo la verità storica sui fatti di Via Rasella: troppi equilibri di questa repubblica, “oscena creatura, nata in una tinozza di sangue” fondata su miti di lutto e morte, ed oggi degradata in postribolare corruttela, andrebbero in frantumi.
    Qualcuno in un futuro in cui decadranno tali tragiche fondamenta su cui si è generata la repubblica, e che alimenta l’odio barbaro delle sue vestali, troverà il clima opportuno, depurato dagli odi che si trascinano in questi anni, dove bastardi senza gloria e senza pietà arrivano a maramaldeggiare sul feretro d’un vinto, per raccontare ciò che fu veramente via Rasella, la scintilla della tragedia per la quale ancora oggi piangono i parenti delle vittime, per lo più gli incolpevoli ebrei dell’antichissima comunità romana.
    Non si spiegano le Ardeatine, non si spiega quest’odio primitivo verso Erich Priebke se non si conoscono i fatti di via Rasella. Lo ricordiamo agli immemori: fu l’attentato di Via Rasella ad innescare la rappresaglia tedesca, un fatto militare dalla valenza strategica totalmente inutile, dal momento che aveva una funzione meramente dimostrativa.
    Si è arrivati a definire quell’attentato la più grande vittoria militare della Resistenza quando costituì forse uno dei più tragici errori della Resistenza stessa. Un attentato che avrebbe dovuto rispondere alla commemorazione dei 25 anni della fondazione dei Fasci di combattimento, fortemente voluto e pianificato nei dettagli dai comunisti del GAP, i quali iniziavano a far pesare il loro ruolo nel CLN romano.
    Nulla valse il parere contrario degli Alleati, dei partigiani monarchici (che avevano il loro capo, l’eroico colonnello Montezemolo, imprigionato a Regina Coeli e che poi fu ucciso alle Ardeatine). Fu un atto di deliberata insubordinazione alle linee militari tracciate dal governo del Sud al movimento clandestino dietro le linee, un tentativo di evidenziare la propria autonomia decisionale e la propria forza organizzativa da sbattere in faccia al Re, a Badoglio, agli stessi Alleati. Con via Rasella i partigiani comunisti avrebbero dimostrato alle altre forze della resistenza al Fascismo che avrebbero potuto autonomamente opporsi all’invasore tedesco.
    Un attentato che ebbe come unico effetto quello di provocare la furia nazista, di Hitler in persona, che diramò un führerbefehl di rappresaglia, un ordine dinanzi al quale qualsiasi cittadino del terzo Reich non avrebbe potuto far altro, a pena della vita, che obbedire con cieco fanatismo.
    Se si volesse parlare di legittimità giuridica dell’attentato, ai sensi del Diritto internazionale, delle leggi di guerra, si andrebbe inevitabilmente a sbattere sulla plumbea cappa intimidatoria che la Cassazione ha posto sulla vicenda, tornando tra l’altro indietro su precedenti pronunce dei tribunali italiani, che avevano sancito la non rispondenza dell’azione del GAP in via Rasella a dettami operativi di stretta ed osservante legalità.
    Se invece si volesse approfondire la legittimità morale dell’azione gappista ed entrare con spirito scientifico, cioè scevro da pregiudiziali ed ottiche distorsive ideologiche, nel dibattito storico relativo a Via Rasella ed alle Ardeatine, ci si troverebbe dinanzi il funebre ritualismo istituzionale ed accademico che ne trasforma i tragici contorni in un mito fondativo della repubblica, avente i canoni tutti mazziniani di quel sangue redentore per la civile religione dello Stato. Agli eretici di tale religione civile, non solo i pochi epigoni dello sconfitto regime fascista, ma anche agli spiriti liberi che volessero andare oltre questa cancrena della memoria collettiva, toccherebbe il peggiore dei trattamenti, applicando loro la stessa miserabile prassi che i lupi applicano agli agnelli: l’isolamento, la privazione dell’agibilità scientifica, l’obbligo al silenzio. Metodi totalitari della specie peggiore.
    Non è nostro compito né intenzione entrare nel merito di quei fatti. Rimandiamo ogni reazione indignata a quanto scritto da Piero Buscaroli nel suo “dalla parte dei vinti” nel quale, una volta per tutte, attribuì a ciascuno il suo. Se poi qualche lettore volesse approfondire l’argomento, gli sconsigliamo la lettura della pagina di wikipedia dedicatavi, infarcita del solito rognoso luogocomunismo, ammantato di pretese di asettica scientificità, e che invece ne dimostra incontrovertibilmente la provenienza velinesca da istituzioni accademiche prone non alla libertà della ricerca scientifica ma alle incartapecorite e mummificate vestali della religione civile della Repubblica, mai così tossiche, mai così emananti tanfo di corruzione, di putrefazione, di stantio.
    Se si vuole avere un analisi compiuta di quei fatti si leggano Silvio Bertoldi o Pierangelo Maurizio, non a caso liquidati dalla tracotanza accademica come “revisionisti”, che hanno sfidato, con la loro libertà di giudizio, la giustizia degli emuli non di Gaio o Papiniano, ma del barbaro Brenno, che getta la sua spada vincitrice sulla stadera dei vinti romani.
    Con boria rancorosa le mummie e i loro bruti scherani adesso se la prendono col cadavere dell’esecutore dell’ordine di Kappler, che ha scontato fino alla morte la sentenza dei giudici militari italiani che lo avevano condannato all’ergastolo. Ed augurandosi che tale condanna si procrastinasse anche nell’eternità, adesso imbastiscono l’ordito vergognoso di un’infamia che ha precedenti illustri nella sola tragedia greca, in quell’Antigone sofoclea alla quale si voleva negare la sepoltura del fratello.
    Rileggano questi turpi, questi barbari, questi primitivi, le parole di Tiresia, che invoca la vendetta degli spiriti dell’Averno su quanti negano le esequie perfino al più sanguinario dei nemici.
    Una sepoltura cristiana a Priebke, come la merita chiunque, perfino il più vile dei criminali, la hanno data gli scismatici della fraternità San Pio X, tuttavia senza privarla del valore sacramentale.
    Non darla significherebbe offrire il fianco a quanti vogliono trasformare il vecchio ed irrilevante capitano delle SS in un eroe del nazionalsocialismo. Non concedendogli una sepoltura cristiana significherebbe privarlo farisaicamente di un’opera di misericordia.
    Dimenticandolo, forse, avrebbero reso un onore alla memoria delle sue vittime, informare della sua dipartita a tumulazione avvenuta ne avrebbe sottratto le esequie a questa pantomima tragica e patetica; infierendo sul suo cadavere lo hanno reso una figura drammatica, hanno contribuito alla mitopoiesi del divo pagano, tanto cara agli ambienti neonazi, che ne renderebbe la sua discussa memoria immortale.
    Faremmo meglio a permettere che porti nella tomba tutte le sue contraddizioni, il suo centenario rimorso, senza tuttavia aggiungere le nostre cattive coscienze, il sentore pestilenziale di desiderio di vendetta che ancora oggi si respira.
    Quanti danni ancora fa l’arrugginita spada di Brenno, che i bruti continuatori hanno sottratto al vecchio antifascismo, oramai con entrambi i piedi nella fossa, ed ora brandiscono contro chiunque osi contraddire le virtù cardinali della nuova religione civile “laica, democratica, antifascista”, proclamate dalle bronzee colonne infami di Repubblica e del Fatto.
    S’era tentato di fonderla nel crogiuolo di una riconciliazione, per mano del fratello azionista Carlo Azeglio Ciampi, aveva tentato di suggellarla Bruno Vespa, in una storica stretta di mano tra gli eredi dei fratelli Cervi, vittime dei soldati RSI e degli eredi dei fratelli Govoni, vittime dei partigiani.
    Tale crogiuolo rigeneratore è stato rovesciato dai nipotini di Secchia, dai professorini crudeli, dai questurini ignoranti in servizio permanente effettivo nel mondo della cultura, con il tragico effetto di riaprire quelle antiche ferite, e di ridestare l’antico fantasma dell’odio fratricida, della bestiale Nemesi, immemori del fatto che, infierendo sul cadavere di Priebke, attirano su di sé il meritato castigo di Ecate. Ne provino almeno timore, dal momento che non riescono a provare verecondo pudore per la loro Ybris scellerata.


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