La “guerra” è finita, andate in “pace”

 

DI

REDAZIONE

– 11 SETTEMBRE 2013POSTATO IN: LORENZO TROMBETTANOTIZIERIVOLTA 15 MARZOSCRITTISIRIASIRIA

Bashar al Asad e sua moglie Asma in una foto d'archivio(di Lorenzo Trombetta, Europa Quotidiano) E vissero tutti felici e gasati. Questa storia inizia dal suo lieto fine. Inaspettato visto che in molti si attendevano in Siria l’inizio di una nuova guerra. Come se la guerra già non ci fosse da tempo. Ma la Guerra, per ampi settori delle opinioni pubbliche occidentali imboccate da media distratti e senza memoria, è solo quella scatenata dallo stesso Occidente.

La Guerra non ci sarà. Almeno per i prossimi mesi. Il coniglio dal cappello è la soluzione in extremis escogitata da Mosca, alleato di ferro del regime di Bashar al Assad: invece di scatenare una Guerra per punire il raìs del presunto uso di armi proibite, chiediamo ad Assad di mettere sotto tutela internazionale il suo arsenale chimico. Da Londra, il segretario di Stato Usa John Kerry apre a questa soluzione e, poco dopo, dalla capitale russa il suo omologo siriano, Walid al Muallim, si affretta ad annunciare il fatidico sì di Damasco.

Da oggi si comincerà a parlare di quali procedure adottare per mettere sotto tutela internazionale l’arsenale chimico degli Assad. Una discussione che porterà via mesi. E che solleva, già da adesso, mille questioni: come esser sicuri che il regime consegni tutte le sue armi e che non lasci qualche ampolla nascosta dietro al comodino? Ci vorranno dunque nuovi ispettori internazionali? Con quale mandato, visto che il paese rimane in guerra (quella reale e quotidiana)? E se da più parti s’è insinuato il sospetto che non sia solo Assad ad avere armi chimiche, ma che anche miliziani “dell’opposizione” siano in possesso di gas tossici, la soluzione russa non sembra risolvere la questione della “sicurezza mondiale”.

Su questo spicca la vicenda di Domenico Quirico, l’inviato de La Stampa, liberato dopo cinque mesi di prigionia in Siria. Il suo è davvero un lieto fine, per molti inaspettato vista la drammaticità del contesto in cui il giornalista italiano si è trovato per 152 giorni. I frammenti della sua vicenda sono da lui stesso consegnati alle pagine del quotidiano di Torino in un lungo resoconto che per forza di cose non può che essere parziale. Quirico evoca alcuni topos della prigionia poi entra, per uscirne subito, a una delle questioni più cruciali di questi due anni e mezzo di rivolta siriana: «La rivoluzione mi ha tradito»; «la rivoluzione non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti».

Come lui stesso ha ammesso sin dal suo primo respiro in Italia, Quirico è rimasto per venti settimane fuori dal mondo. Anche da quello siriano. La sua percezione di quello che è diventata la “rivoluzione” è quella di un prigioniero umiliato e percosso, lontano da casa, circondato da persone rudi e che non parlano la sua lingua. Si può comprendere come da questo suo personale punto di vista, la “rivoluzione” lo abbia tradito, ma non si capisce quando mai “la rivoluzione” siriana abbia promesso qualcosa al signor Quirico. Non è certo lui il centro e l’oggetto della “rivoluzione”.

Quirico era già stato nella Siria in rivolta. Era stato ad Aleppo e in altre zone del nord quando il nemico della “rivoluzione” era ancora soltanto il regime degli Assad. L’altro nemico – l’ondata di qaedisti, jihadisti e briganti – si è palesato in seguito ed era già attivo e presente nelle regioni orientali e settentrionali prima che l’inviato de La Stampa e il suo accompagnatore belga, il professor Pierre Piccinin, entrassero nella regione di Homs dal Libano all’inizio dell’aprile scorso.

In Siria esiste una società civile che rifiuta sia i jihadisti sia gli Assad; perché entrambi sono visti come “i nemici della rivoluzione”, e che entrambi fanno di tutto per reprimere, oscurare, annientare le aspirazioni di giustizia, dignità e libertà da tempo condivise da milioni di siriani ed espresse in modo inedito e senza paura sin dal marzo 2011. Ogni giorno attivisti della società civile che si oppongono con metodi pacifici a questa nuova dittatura finiscono nelle carceri del regime o dei fondamentalisti. Molti di questi giovani e meno giovani – mentre scrivo e mentre voi leggete – si trovano proprio come si è trovato Quirico.

Nessuno di questi attivisti potrà mai dire di esser stato «tradito dalla rivoluzione». Non solo perché si sente parte della “rivoluzione”, ma anche perché conosce il contesto. Conosce la forza di una società che non si arrende né agli Assad, sostenuto di fatto da mezzo mondo, né agli oscurantisti fomentati da quei regimi regionali che da tempo lavorano per frenare la spinta verso la transizione democratica partita in Tunisia nel dicembre 2010. Per gli attivisti siriani della società civile, la Siria non sarà mai «il Paese del Male» così come lo ha descritto Domenico Quirico.

Come la “soluzione” alla questione delle armi chimiche siriane, il racconto del giornalista italiano non risponde alle mille domande di questi mesi. Più o meno sono le stesse domande che nessun cronista italiano ha osato finora rivolgere agli altri tre italiani in passato rapiti in Siria ma fortunatamente tornati a casa: Mario Belluomo, ingegnere catanese liberato nel febbraio scorso dopo un mese e mezzo di cattività; il genovese Oriano Cantani e il romano Domenico Tedeschi, per dieci giorni nel luglio 2012 rimasti nelle mani di non meglio precisati uomini armati nei pressi di Damasco.

Di fronte a un racconto come quello di Quirico e nella trepidante attesa che emergano notizie rassicuranti anche su padre Paolo Dall’Oglio – il gesuita scomparso dalla fine di luglio nel nord della Siria – gli accenni di Piccinin e dell’inviato de La Stampa sulla questione delle armi chimiche e su chi possa veramente averle usate il 21 agosto scorso lasciano in molti l’impressione di esser di fronte a una manipolazione. Se è vero, come ha più volte detto il ministro Emma Bonino, che Quirico era in mano a «criminali comuni» perché questi ultimi diventano improvvisamente «ribelli» o «membri dell’opposizione armata» quando si attribuisce loro la paternità di una chiaccherata in inglese circa le armi proibite?

Al di là di chi fossero i personaggi che parlavano nella stanza adiacente a quella dove si trovavano prigionieri Piccinin e Quirico, perché mai dovevano parlare ad alta voce e in inglese di un tema così delicato? Dovevano forse farsi capire in ogni modo dai prigionieri? Quel frammento di racconto crea confusione nella percezione di lettori ignari del contesto e non abituati a schivare le insidie delle “verità” raccontate col contagocce.

La stessa tempistica della liberazione di Quirico non può lasciarci dormire su dieci cuscini. Da settimane la posizione italiana nei confronti della questione siriana è stata – per quel che conta a livello internazionale – quella di evitare di infastidire tutti gli attori in gioco, compresi gli Assad. Dietro la foglia di fico della «soluzione politica», magari celebrata a «Ginevra-2», il ministro Bonino, pur rimanendo vicina alle posizioni occidentali, è riuscita a trovarsi in sintonia col suo omologo russo Sergei Lavrov, tanto che in molti si sono chiesti chi fosse da decenni l’alleato strategico di Damasco: Mosca o Roma?

La svolta del 21 agosto, con tutto il carosello mediatico e di retorica politica, ha però spinto l’Italia ad assumere una posizione più defilata rispetto all’interventismo franco-britannico-americano. L’affaire Quirico c’entra forse qualcosa con questa prudenza politica? È vero, il premier Enrico Letta si è unito al G20 alla posizione statunitense e contro quella russa, ma forse i “giochi” per la liberazione dell’inviato italiano erano già conclusi? È davvero una coincidenza che, 24 ore dopo il rimpatrio di Quirico, Stati Uniti e la Russia si siano accordati sulla formula che, per ora, sembra accontentare tutti e allontana i venti di guerra? La liberazione di Quirico fa forse parte di un più ampio compromesso – a breve o lungo termine nessuno può dirlo – politico?

In ogni caso, Assad e i suoi numerosi alleati possono ora tornare a respirare. E le opinioni pubbliche europee, mobilitate senza precedenti – persino dal Papa – per dire “no alla guerra” occidentale, possono riavvolgere i loro striscioni pacifisti e abbassare le foto di Bashar al Assad (quando si manifestava nel 2003 contro l’invasione anglo-americana dell’Iraq nessuno si sognò di esaltare Saddam Hussein né tantomeno di esporre i suoi baffoni sorridenti, ma si sa, la Siria è “il baluardo dell’antimperialismo”). In carcere, in stanze buie, rimangono i siriani della rivoluzione. Quella rivoluzione che tutto il dibattito sul chimico ha contribuito a seppellire. Perché, a guardarla da qui, la rivoluzione non appare tradita ma semplicemente dimenticata. Mentre in Siria si continua a morire sotto i colpi di armi dette convenzionali.

Se Assad ha usato gas tossici ha dimostrato di poterlo fare anche con gli ispettori Onu presenti a due passi dal crimine. Se non li ha usati ha dimostrato di poter continuare a uccidere nei modi più disparati nella totale impunità. Se i “ribelli” hanno usato armi chimiche sono oggi più sicuri di ieri di poter ripetere quest’azione, perché nessuno ha chiesto loro di porre sotto “tutela internazionale” i loro presunti arsenali. In ogni caso, Assad è ora tornato a essere il paladino che resiste alle mire espansionistiche occidentali; ha messo in ridicolo tre tra i più potenti leader d’Europa e Nordamerica, delegittimati dalle loro opinioni pubbliche e, in parte, dai loro organi legislativi.

Assad e i suoi alleati sono riusciti ancora una volta a materializzare il pericolo jihadista per scongiurare un’azione militare decisa contro il regime: la gaffe del New York Times che pubblica un «video choc» in cui «ribelli» giustiziano «innocenti»; i social network che ripescano, senza citare la data, l’errore commesso nel 2012 dalla Bbc (una foto dell’Iraq spacciata per una proveniente dalla scena del massacro di Hula di più di un anno fa); le forze lealiste che non proteggono la cittadina cristiana di Maalula, lasciando che l’antico gioiello alle porte di Damasco sia conquistato da «qaedisti». Siriani in rivolta, oggi siete soli più che mai. E come ha scritto a fine agosto un giornale italiano: «Ammazzatevi pure, ma non con il gas».(Europa Quotidiano, 11 settembre 2013)

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