Italia, paese alla deriva?

OGGI GOLDMAN SACHS NON HA PIÙ BISOGNO DEI PRODI, MONTI, LETTA CHE LA INTRODUCANO AI TAVOLI CHE CONTANO. LA PARTITA SI È FATTA PIÙ EUROPEA

Un altro segnale che siamo un paese alla deriva? La più infernale banca d’affari americana non arruola più politici e pezzi grossi di Bankitalia (Draghi) – Krugman: “Quella non è una banca, è l’anticamera per un posto di primo livello in politica”… – –

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“Quella non è una banca, è l’anticamera per un posto di primo livello in politica”. Così definiva Goldman Sachs nel 2008 il Nobel per l’Economia, Paul Krugman. Tesi condivisa in Italia dove la prassi del colosso americano di arruolare nei propri ranghi persone che hanno ricoperto importanti incarichi istituzionali ha alimentato il mito della banca che nomina i governi.

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Certo, Goldman Sachs è sempre stata molto abile nel fenomeno cosiddetto delle revolving doors, porte girevoli: il passaggio di un professionista dal ruolo di legislatore o regolatore a quello di membro dell’industria che prima regolava e viceversa. Il caso più celebre è quello di Hank Paulson, ex amministratore delegato di GS diventato nel 2006 ministro del Tesoro nel governo di George W. Bush.

In Italia il percorso di solito è opposto: dalla politica alla banca. Gianni Letta, Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti. Sono stati tutti advisor, ovvero consulenti, di Goldman Sachs. Un lavoro che consisteva nell’aiutare la società sfruttando la loro rete di relazioni. Il core business di Goldman Sachs sono i grandi clienti come Eni, Fiat, Enel e anche il governo italiano. O aziende più piccole ma globali, come Prada.

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L’obiettivo è conquistare credibilità sui mercati globali, per questo servono advisor eccellenti. “Un conto è fare pesca al traino, un altro fare la caccia ai marlin: devi avere una barca veloce con canne di un certo tipo e a bordo marinai d’altura. Sono due mestieri e due tecniche diversi”, spiega al Fatto un banchiere riferendosi ai clienti di Goldman.

Si racconta che fu Gianni Letta, ingaggiato nel 2007, a suggerire di non impegnarsi in una partita tutta nazionale come il salvataggio di Alitalia.

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DRAGHI, MERKEL E MONTI

Quando Letta tornò a Palazzo Chigi nel 2008, poi, come consulente venne scelto il commercialista Enrico Vitali, partner dello studio di Giulio Tremonti. Il primo fu Prodi, che entrò nella banca Usa nel 1990, dopo sette anni da presidente dell’Iri.

I “complottisti” sostengono che Goldman Sachs abbia organizzato il colpo di Stato nei governi in Europa e avrebbe piazzato i suoi uomini di fiducia, come Mario Monti o Mario Draghi alla Banca centrale europea. Claudio Costamagna, ex Montedison, ex Citibank e oggi presidente-fondatore della società di consulenza on-line Advise Only, è stato anche capo dell’investment banking in Europa di Goldman Sachs.

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MARIO DRAGHI E MONTI

In un intervista al Corriere della Sera del 2011 contestava le tesi del grande complotto: “Monti è un esperto di Antitrust, Prodi è stato per noi di Goldman, e stiamo parlando del 19 91, una sorta di pioniere e biglietto da visita: in Italia non ci conosceva nessuno, o quasi, e la banca d’ affari conosceva poco il nostro Paese”.

Ma quanto conta oggi Goldman Sachs in Italia? E chi sono i nuovi Goldman Boys? Perché non ci sono i super consulenti ma anche circa 250 – fra banchieri e trader – italiani sparsi in Europa che seguono il nostro mercato. L’attività è centralizzata su Londra e molti sono basati lì. Nel 2006 si è rafforzata la squadra di vertice di Goldman Sachs in Italia. Da Jp Morgan è arrivato Massimo Della Ragione dopo aver gestito operazioni come la fusione tra Unicredit e Hvb o la cessione della Bnl ai francesi di Bnp Paribas. Oggi è co-head di Goldman Sachs in Italia e ha responsabilità anche in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca.

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LLOYD BLANKFEIN

Sempre al vertice, ci sono anche i partner italiani: Francesco Pascuzzi, co-head dell’investment banking, Gilberto Pozzi, responsabile della divisione “fusioni e acquisizioni” per Europa, Medio Oriente e Africa, Alessandro Dusi, Francesco Garzarelli, capo dell’analisi dei mercati, e Simone Verri. Nomi noti nella City cui si aggiungono anche i managing director Antonio Gatti e Antonio Mattarella.

Una quarantina di professionisti che sono riusciti a scalare i gradini più alti della gerarchia della banca d’affari più influente del mondo. Con stipendi adeguati allo status: salario base di 900.000 dollari e un bonus in azioni incassabile dopo cinque anni. Qualcosa è cambiato negli anni della crisi: in Italia la banca non è più quella degli anni Ottanta-Novanta che per farsi conoscere nel nostro Paese aveva dovuto approfittare dell’ondata di privatizzazioni messe in campo da Prodi.

Oggi Goldman Sachs è fra i top 10 market maker del debito pubblico italiano. E non ha più bisogno di grandi nomi che la introducano ai tavoli che contano. La partita si è fatta più europea. Ma l’attenzione sull’Italia resta alta, con una visione positiva sul governo Letta (forte della presenza del ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni, considerato l’uomo di fiducia di Draghi).

letta

Lo scorso 5 giugno Goldman ha presentato alla Bocconi uno studio realizzato insieme al centro ricerche dell’università milanese sulle operazioni di fusioni e acquisizioni, in gergo finanziario m&a, dimostrando che rendono di più in fasi di crisi, come quella attuale. Quindi le imprese finanziariamente più sane non dovrebbero lasciarsi sfuggire l’occasione rappresentata da questi tempi di incertezza economica per ottenere ritorni maggiori. Ad accompagnarle all’altare ci penserà poi Goldman Sachs

Camilla Conti

Incollato da <http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/oggi-goldman-sachs-non-ha-pi-bisogno-dei-prodi-monti-letta-che-la-introducano-57546.htm>

Un po’ di Storia

napolitano da  cerca

«Il Gruppo Bilderberg è responsabile delle stragi in Italia e della strategia della tensione» dichiara pubblicamente il magistrato di chiara fama Ferdinando Imposimato (presidente onorario di Cassazione) – a cui la criminalità organizzata ha ammazzato un fratello. E tira in ballo pesanti condizionamenti ancora in atto, sullo Stato italiano. Ma non solo da parte della Nato. Uno, due. Uno, due. Italia al tappeto. Goldman Sachs innesca la crisi e fa piazzare al governo – dal presidente Giorgio Napolitano, socio Aspen (filiazione Bilderberg finanziata da Rockefeller) – il non eletto Mario Monti. Poi, mescola le carte per il caos pianificato post elettorale. Spunta dal nulla, ma solo per modo di dire, Beppe Grillo, che non si può definire presidente o segretario del Movimento 5 Stelle, solo perché è il proprietario. Non l’ha eletto nessuno, né in M5S né in Parlamento, però comanda un centinaio e passa di parlamentari e detta legge agli altri contendenti, dandosi arie da premier.

Secondo Carlo Freccero «il potere ha deciso lui stesso di gestire l’opposizione». Alla luce degli eventi ne sono personalmente convinto. Si saranno detti questi furboni d’oltre oceano: sfruttiamo uno che vanta popolarità sulle masse, ed il gioco è fatto. Così ci pappiamo definitivamente l’Italia. Certe operazioni partono da lontano, almeno dal 1992 (incontri sul Britannia della regina Elisabetta Windsor), se non prima.

Un riscontro? Uno strano ed ingiustificato contatto nel 2008 tra il primo emissario ufficiale del Governo USA in Italia, ed il comico ligure (che non vi ha mai fatto cenno): un incontro diretto di cui è prova un rapporto dettagliato, declassificato solo un anno fa. E non dimentichiamo il report di Mediobanca uscito il 18 febbraio a firma di Antonio Guglielmi, sull’esito di queste elezioni predeterminate.

Se non fosse una tragedia ci sarebbe da ridere e mettere questi boiardi alla berlina per sempre. Solo in un Paese tanto eterodiretto il mutamento politico può essere telecomandato così sfacciatamente dall’estero, come è già accaduto con l’annessione d’Italia – a scapito del Sud – finanziata notoriamente con capitali della massoneria inglese.

Senza più dignità e identità culturale, priva di una classe dirigente, l’Italia scivola sempre più in basso. Le chiacchiere da bar fluiscono su Internet e sospingono l’avanspettacolo al Quirinale. Uno stuolo di dilettanti in buona fede allo sbaraglio sbarca in Parlamento, alle dirette dipendenze di un padrone sulla base di un regolamento interno (da lui stesso definito “non statuto”), in palese violazione costituzionale. Ancora e sempre gioco d’azzardo? Nel giro di poco più di un anno: prima il governo “tecnico” di Monti richiesto dai potentati finanziari, poi l’annuncio di improvvise elezioni. Infine, il preannuncio da farsa: la legislatura durerà soltanto 6 mesi, poi nuovamente alle urne. Tanto va il servo alle urne che si crede cittadino.

Lui, il predicatore che ha usufruito di due condoni tombali per la sua società immobiliare Gestimar ed un condono cementizio per l’abuso edilizio del suo villone a Sant’Ilario a Genova, aveva sempre sbraitato “fuori i condannati dal Parlamento”. Ma adesso, con totale disinvoltura, si accinge ad approdare nei piani alti istituzionali, mercanteggiando un governo, anzi meglio, un’opposizione come vogliono i poteri forti, annacquando una legislatura. Un ras per conto terzi, senza titoli di alto profilo né cultura, ma che in compenso vanta una condanna penale per triplice omicidio colposo (con sentenza passato in giudicato) che bara spudoratamente, assurto al ruolo di sedicente “garante” senza alcun controllo democratico.

Altro che Stato di diritto, siamo alla repubblichetta delle banane. E nessuno osa fiatare. Perché? A quanto pare, ci ritroviamo un telecomandato USA, perché forse alle demoplutocrazie anglo-americane non bastavano tutti i camerieri ed i lacché in attività. A parte i soliti, Ciampi, Prodi, Tremonti, Monti, Draghi, gli infiltrati sono ovunque: prendete il caso di Enrico Letta per fare un nome altolocato nel Partito Democratico, già membro della Commissione Trilaterale, emanazione diretta di David Rockefeller. Va ribadito il legame tra il presidente della BCE e Goldman Sachs risale all’epoca delle privatizzazioni italiane, all’inizio degli anni novanta, quando Mario Draghi dirigeva il Tesoro. Goldman Sachs ottiene miracolosamente nel 1993 (un anno dopo la riunione spartitoria del Britannia) il mandato per la cessione del gigante degli idrocarburi Eni. Nella compagnia del nuovo ordine mondiale figura anche Carlo De Benedetti,membro attivo del Bilberberg Group.

Forse nella Penisola i costituzionalisti si sono estinti, da quando è entrato in vigore il Trattato di Lisbona (primo gennaio 2009) che ha difatti congelato la Costituzione stessa.

Dopo qualche anno torno a sottolineare le ombre di Grillo. Allora chi controlla il controllore Casaleggio Gianroberto? Proprio il personaggio che Carlo Freccero evidenziando la contraddizione in  seno al Movimento 5 Stelle, ha pubblicamente definito in Tv «un grande esperto di marketing virale»? Da chi dipende, da chi è influenzato Giuseppe Piero Grillo?

(vedi: https://saragio.wordpress.com/2013/02/25/grillo-mix/ )

Quesiti al capo M5S – La democrazia è partecipazione diretta. Ma soprattutto – per un giornalista o un cittadino – è fare domande, mettere in discussione il potere.  Allora ragionier Grillo cosa ha stabilito il governo degli Stati Uniti d’America nel suo incontro segreto di 5 anni fa, presso la sede diplomatica di via Veneto a Roma? In quell’occasione come si evince dalla lettura del rapporto inviato a Washington dall’ambasciatore Ronald Spogli (alle dipendenze di Bush junior), era in discussione la sua azione in campo politico. Per quale ragione non ha mai fatto menzione all’opinione pubblica di questo contatto particolare, e a distanza così ravvicinata con un esponente qualificato di una superpotenza che per sete di ingordigia fa guerra in mezzo mondo ed occupa militarmente la nostra Patria, esponendo l’intera nazione anche al pericolo nucleare? Chi ha stabilito questo contatto? Mister Grillo, sono stati gli esponenti governativi nordamericani a cercarla e con quali motivazioni? Oppure è stato lei, di sua iniziativa? E se così fosse, con quali fini? Conosce o ha mai intrattenuto rapporti oppure incontri con Enrico Sassoon?

Stefano Montanari usa l’ironia ma non scherza: «Un popolo che riconosce una valanga di consensi ad un comico ridotto a fare da fantoccio ad un ventriloquo può benissimo desiderare di essere rappresentato da due comici originali e in piena attività». Poi il chiasso delle tifoserie fa il resto di una guerricciola tra poveri italioti nel cortile dello zio Sam.  Insomma, al peggio  non c’è mai fine. Il dramma è che lo spirito critico sembra aver lasciato il posto alla credulità. Manca al popolo italiano una visione di insieme. La verità come sempre è sotto il naso e gli occhi di tutti. Basta ricomporla partendo dai frammenti in cui è stata spezzettata la realtà degli eventi. Tutto previsto, tutto programmato, tutto calcolato, anche la dabbenaggine dei servi elettori.

Goldman Sachs “apre” a Beppe Grillo, con un commento dal titolo “Reform is not the Same Word as Austerity” (“Fare riforme non significa austerita”) è il titolo del report cui l’analista affida le sue osservazioni a pochi giorni dalle elezioni politiche. L’agenzia giornalistica italiana spara un lancio il primo marzo alle 19 e 2 minuti: «Sembrerà strano, ma trovo che il risultato sia piuttosto entusiasmante»: con queste parole Jim O’Neill, presidente di Goldman Sachs asset management, commenta in un report l’esito del voto in Italia. “Mi sembra – scrive – che a un Paese il cui prodotto interno lordo è rimasto sostanzialmente invariato dal 1999 occorra un grande cambiamento”. “Forse il risultato elettorale, con i consensi raccolti dal Movimento cinque stelle, può segnare l’inizio di qualcosa di nuovo?”, si chiede. Il presidente di Goldman Sachs asset management ritiene, in secondo luogo, che il responso delle urne sia “qualcosa di simile a un incubo” per “l’elite consolidata dell’Italia e per gli altri centri di potere europei, in particolare Berlino e Francoforte” perché “mette in dubbio molti aspetti dello ‘status quo’” a cominciare dal fatto che “la riduzione del debito fine a se stessa” sia un obiettivo verso cui la politica debba rivolgersi. A differenza di quanto accade in altri Paesi difficili dell’Eurozona, si legge ancora nel report, “il vero problema dell’Italia è l’assenza di crescita economica. Credo – prosegue Jim O’Neill – che l’inasprimento della politica fiscale, con il vago obiettivo di ridurre il debito non sia una strategia intelligente. L’Italia ha bisogno di riformare il mercato del lavoro e di accrescere la produttività su scala nazionale”. In Italia – è la conclusione – “il termine riforma non equivale ad austerità e gli elettori lo hanno dimostrato”».La Goldman Sachs è la più potente banca d’affari americana, che condiziona mercati e governi, specializzata in speculazioni criminali. I governi non  governano il mondo, Goldman Sachs controlla sempre più l’umanità.

Soltanto pochi mesi fa, durante l’estate, è andata in onda la sceneggiata chiamata “Eurocrisi”. E Goldman Sachs che ha fatto? Scontato: ha scaricato l’Italia: infatti ha venduto oltre 2,3 miliardi di titoli di Stato. La banca d’affari appena scelta da Monti per curare la vendita di Fintecna alla Cassa Depositi e Prestiti ringrazia a modo suo. Con una mano ha venduto quasi tutti i Btp che aveva, con l’altra è corsa ad assicurarsi contro un eventuale fallimento dell’Italia. Alla fine di giugno, cioè alla fine del secondo trimestre del 2012, la banca d’affari americana per la quale il presidente del Consiglio non eletto, Monti Mario, ha lavorato dal 2005 al 2011, aveva infatti in portafoglio Btp per 191 milioni di dollari, cioè 2,3 miliardi in meno rispetto ai 2,51 miliardi che possedeva alla fine di marzo. Contemporaneamente Goldman Sachs ha investito per aumentare la propria posizione sui derivati per assicurarsi contro un eventuale fallimento dell’Italia. Si tratta dei famosi Credit default swaps (Cds), quegli strumenti finanziari che funzionano come le polizze assicurative. Insomma, la banca guidata da Lloyd Blankfein, colui che dichiarò di “fare il lavoro di Dio”, scommette sul default di Roma, non prima però di aver aiutato lo Stato a “vendersi” Fintecna. La holding che controlla fra le altre Fincantieri e Tirrenia è infatti di proprietà del ministero dell’Economia, così come la Cassa Depositi e Prestiti.

Sassoon connection – Ne ha macinata di strada il nostro “ufficiale di collegamento”. Tanto è vero che nel tempo è diventato Board Member e Presidente del Comitato Affari Economici dell’American Chamber of Commerce in Italy, la camera di commercio americana in Italia, «un ponte qualificato tra Italia e Stati Uniti con un network di cinquecento soci che include il cuore del mondo produttivo italiano, un gruppo di aziende ad alto tasso di internazionalizzazione capace di rappresentare il 2% del PIL nazionale». In concreto: una super lobby di multinazionali, fondazioni, banche e grandi gruppi che assembla le forze per tutelare i propri interessi e che promuove lo sviluppo dei rapporti commerciali tra Italia e USA. Per rendere bene l’idea di quanto esteso sia questo cartello basta leggere i nomi di alcuni dei gruppi presenti in Amcham unitamente ad Aspen: Standard & Poor’s, Philip Morris, IBM, Microsoft, ENI, Enel, Intesa San Paolo, Sisal, Rcs Editori, Esso, Bank of America, Coca Cola, Fiat, Fincantieri, Finmeccanica, Italcementi, Jp Morgan, Pfizer, Rai, Sky, Unicredit, Merrill Lynch, Basf, BNP Paribas, CIR, Credit Suisse, Deutsche Bank,  GDF Suez, Glaxo SmithKline, Google, Gruppo Marcegaglia, H3G, Impregilo, Italcementi, Mediaset, Pfizer, Farmindustria, Poste Italiane, Rcs, Sanofi-Aventis, Shell, Sisal, Sky, Siemens, Telecom, The Royal Bank of Scotland.

Enrico Sassoon si è accomodato fianco a fianco con gli stessi componenti dell’Aspen Institute Italia, think tank tecnocratico, diretta emanazione del famigerato Club Bilderberg. In un Comitato Esecutivo Aspen abbiamo scovato – oltre che Sassoon della Casaleggio – anche Mario Monti, John Elkann, Romano Prodi, Giulio Tremonti, tutti componenti italiani del Bilderberg. Nell’Aspen figura anche Lucia Annunziata, Fedele Confalonieri e Giuliano Amato (aspirante presidente della Repubblica). Ora: come è possibile che la Casaleggio, spin doctor ed influencer di Grillo e del Movimento 5 Stelle, abbia il suo membro più importante all’interno di un Istituto popolato da quelli che dovrebbero in realtà essere i nemici dichiarati proprio di Grillo? Qual è la ragione? Quando è stato scoperto, ma soltanto dopo, Sassoon è stato costretto a dimettersi con una lettera aperta pubblicata dal Corriere della Sera.

Non è tutto.  Il dominio beppegrillo.it risulta intestato ad un certoEmanuele Bottaro di Modena, e potrebbe trattarsi di un normale prestanome (ma la trasparenza?), a destare sospetti è la domiciliazione del gestore tecnico del dominio, in via Jervis 77 a Ivrea. Lo stesso indirizzo della sede legale Olivetti, gruppoTelecom Italia. Niente di strano? Gianroberto Casaleggio fa decollare la sua avventura professionale proprio nella Olivetti, guidata all’epoca da Roberto Colaninno, già presidente di Alitalia e padre di Matteo, ex deputato del Pd. Poi Gianroberto inizia la scalata sociale e diventa amministratore delegato di Webegg, joint venture tra Olivetti e Finsiel. A fine giugno 2002 Olivetti cede la propria quota del 50 per cento in Webegg S.p.A. a I.T. Telecom S.p.A., che nel frattempo partorisce Netikos Spa, dove il più famoso dei Casaleggio partecipa al Cda con Michele Colaninno (secondogenito di Roberto e presente nel Cda Piaggio). Nel 2004, il guru di Grillo fonda – con altri dirigenti Webegg e con Enrico Sassoon – la Casaleggio Associati, attuale editore di Beppe Grillo.

Mediobanca – «L’esito delle elezioni del 24 – 25 febbraio sta diventando sempre più incerto» e «lo scenario più probabile è quello di nuove elezioni nel medio termine». Questa l’analisi di Mediobanca Securities, in uno studio diffuso il 18 febbraio e curato dall’analista equity Antonio Guglielmi.

L’analista di Piazzetta Cuccia rileva che, quella che a novembre sembrava una facile vittoria che avrebbe portato a un governo Bersani forte, non è più tale. «Appare inevitabile una coalizione Bersani-Monti, magari allargata ad altri partiti minori. In ogni caso questo non porterebbe a un governo Bersani forte, non è più nel pronostico. Come insegna la storia italiana, più ampia è la coalizione, più debole è la sua efficacia. Realisticamente – evidenzia il rapporto – noi riteniamo estremamente bassa la possibilità per l’Italia di assicurarsi un governo solido e coeso in grado di rimanere in carica per i prossimi cinque anni». Quindi, «presto potrebbero essere in vista nuove elezioni».

Tali deduzioni si basano verosimilmente sugli esiti dei sondaggi elettorali più recenti. Berlusconi – scrive la banca d’investimento – è in un trend di recupero e il Movimento 5 stelle sembra indirizzato a essere il vero vincitore di queste elezioni, con circa il 20% dei voti. Due elementi che renderebbero ancora più debole un governo Pd-Monti, soprattutto al Senato. Questo rischio di sostanziale “pareggio” tra i partiti potrebbe paradossalmente rivelarsi una potenziale buona notizia per l’Italia. Lo scenario più critico, ovvero un boom dei Grillini e una vittoria sul filo di lana di Berlusconi, secondo Mediobanca impaurirebbe i mercati al punto tale da mettere sotto pressione lo spread, dando così all’Italia la scusa perfetta per chiedere alla Bce l’accesso al programma Omt. A scommettere su questo scenario è anche l’istituto bancario francese Crédit Agricole, in un recente report del suo ufficio studi sulle prospettive economiche dell’Italia nel 2013.

Non manca una professione di ottimismo da parte di Mediobanca. Grazie comunque al programma Omt elaborato da Mario Draghi e dal Consiglio direttivo della Bce, qualsiasi sia l’esito delle elezioni italiane, i mercati dovrebbero mostrare capacità di tenuta.

La ricetta Mediobanca per ridurre il debito: cessioni del patrimonio pubblico. La mancata riduzione del debito pubblico è stata la principale delusione del Governo Monti, sottolinea lo studio. Nessuna riforma strutturale può dare benefici in un Paese che ogni anno deve pagare 80-100 miliardi di euro d’interessi sul suo debito. Lo studio, che tra l’altro stima a 150 miliardi il peso dell’evasione fiscale, sottolinea che non c’è spazio per tagliare le tasse e non sono fattibili neppure tagli alla spesa pubblica che colpiscano il welfare. Per ridurre il debito pubblico, Mediobanca Securities torna alla carica con la ricetta che aveva proposto lo scorso anno, ovvero l’uscita dal bilancio italiano di asset statali tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Lo spazio in questo caso è vasto.  L’Italia possiede un patrimonio pubblico di 1.789 miliardi di euro, per un debito pari a 1984 Md€ nel 2011 (attualmente ha sfondato quota 2 mila miliardi). Il Ministero del Tesoro ha avviato di recente un inventario del proprio patrimonio. Solo le concessioni (78 Md€), le partecipazioni (132 Md€) e gli immobili (425 Md€) potranno essere inclusi in un programma di vendita di attivi pubblici.

di Gianni Lannes

Incollato da <http://lastellanera.wordpress.com/tag/bnp-paribas/>

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Quel giorno sul Britannia in cui nacque Sir Drake

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This is the real story of Mister Drake.

Questa è la vera storia di Mister Drake. Non Drake Francis il pirata inglese che combattè l’Invincibile Armada ultracattolica dei precursori del fazendero Fazio. Ma Draghi Mario, annunciato come prossimo governatore della Banca d’Italia per soli dodici anni. Sostenuto da mezza Casa delle libertà, voluto da Prodi e i Ds, ma soprattutto ben visto negli ambienti internazionali, che i burloni definirebbero mondialisti. Draghi è un britannico nato per caso a Roma. Vive e prospera a Londra, ed è vicepresidente della Goldman Sachs. Dovete sapere che questa finanziaria ha avuto ai tempi della privatizzazione in Italia, alla caduta della prima repubblica, un ruolo primario. Fu la prima banca d’affari internazionale che aprì in vista della svendita in tranci del nostro paese sfinito dalla crisi, una sede a Milano e diventò presto operativa sul nostro territorio. Forte e ramificata nell’entourage dei presidenti americani, da Clinton a Bush, nonché benvoluta dalla Regina d’Inghilterra, la Goldman Sachs, per tentare la scalata in Italia e piazzarsi come consulente principale del governo Amato nella privatizzazione made in Italy si avvalse di manovalanza locale : tra cui un certo professor Romano Prodi che diventò senior partner del gruppo e convinto privatizzatore dell’industria pubblica del nostro paese, che pure aveva avuto in lui uno dei principali dirigenti e responsabili.

Incontriamo per la prima volta il nome di Mario Draghi associato alla Goldman Sachs su uno yacht il 2 giugno del 1992. E’ una storia curiosa che merita di essere rispolverata. E’ la festa della repubblica italiana e viene ucciso il giudice Falcone. A bordo di uno yacht Britannia di Sua Maestà alcuni signori della Finanza decisero di far festa alla repubblica italiana stabilendo le linee maestre della privatizzazione. E’ curioso che questa decisione che riguarda l’economia del nostro paese non avvenga nelle sedi istituzionali e in territorio italiano: ma su una nave che batte bandiera britannica. C’erano grandi operatori delle principali finanziarie internazionali e alcuni esponenti italiani, dirigenti di società pubbliche, enti e banche, tra questi c’era Mario Draghi direttore generale del Tesoro. Il ricordo non è nitido, ma mi aiuta l’archivio de L’Italia settimanale, il periodico che all’epoca dirigevo e che pubblicò in solitudine, il 3 febbraio del 1993, con molti particolari mai smentiti, l’incontro sul Britannia. Alcuni italiani imbarcati e partecipi all’incontro, tra cui lo stesso Draghi, tennero allora a precisare che c’erano stati, ma erano scesi subito dalla barca, non si erano trattenuti più di una giornata o mezza. Ma nessuno li accusa di aver fatto una crociera a sbafo; ben altre erano le ragioni di curiosità e anche mezza giornata era sufficiente per alimentarle. Se è vero che furono stabilite in quella sede linee d’azione e addirittura protocolli d’intesa, converrete la stranezza marinara della prassi. Si può ben dire che la svendita dell’economia italiana, giusto nell’anno di Tangentopoli, fu un atto di pirateria internazionale. Non a caso avvenne in nave.

Dopo quell’incontro avvennero alcune scelte importanti, non solo di cessioni e mutamenti d’indirizzo. Ci fu ad esempio la svalutazione della lira che di fatto risultò un comodo affare per le finanze di Wall Street; all’epoca fu notato che per gli acquirenti internazionali il malloppo italiano diventò meno costoso del 30%. Svendita di alcuni pezzi forti della nostra economia di Stato. La carriera politica di Prodi nasce tre mesi dopo l’incontro sullo yacht Britannia quando in un convegno del 30 settembre in Assolombarda, fa outing e suggerisce, lui bojardo di Stato, di cedere anche le banche d’interesse nazionale e di privatizzare tutto. Intanto le grandi agenzie internazionali provvedevano a declassare il nostro paese, favorendo non la vendita ma la svendita dell’azienda Italia.

Gli omoni che avrebbero potuto opporre resistenza erano in un mare di guai. A cominciare da Bettino Craxi . La mafia colpiva e l’emergenza aveva portato a convergere sul peggior presidente della repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro… Insomma, eravamo in ginocchio.

Dimenticavo, quell’incontro ebbe uno strascico strano sulle pagine finanziarie dei grandi giornali e in Parlamento. E’ curioso notare che i parlamentari che fecero interrogazioni su quell’inchiesta e chiesero notizie, non furono più ricandidati. Me lo diceva una di loro, Michele Rallo di An, all’epoca deputato e componente della commissione parlamentare finanziaria. Si vede che occuparsene portava sfiga.

Conobbi Draghi alcuni anni dopo a Venezia in un seminario a porte chiuse italo – britannico. Cortese e affilato, serbava viva memoria di quel servizio giornalistico, a cui non si riferì ma alluse. Adesso me lo ritrovo in arrivo da Londra a guidare la massima espressione dell’economia italiana e la sua referenza principale dicono essere non quella di aver lavorato bene in Italia ma di avere forti referenze internazionali. Te credo, dicono a Roma. Curioso questo paese che da un mese segue uno strano intreccio di banche e barche, da D’Alema a Draghi. D’altra parte l’inno nazionale cantato dalla patriota Orietta Berti così esordiva : Fin che la barca va lasciala andare. Comunque, auguri Mister Drake. Buon anno, buona banca. E un saluto con strafottente rimpianto all’eroe catto-ciociaro di Fort Alamo, caduto dopo lungo assedio, alias don Antonio Fazio.

di Marcello Veneziani – 30/01/2006

Fonte: http://libero-news.dnsalias.com

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3 commenti on “Italia, paese alla deriva?”

  1. […] Che i nostri governanti Napolitano, Letta, Bonino ecc. fanno parte della massoneria globalista. il Nuovo Ordine Mondiale diretta da Soros Rockefeller Rothschild, lo sanno anche i bambini. Vedi […]

  2. […] In Europa dove la coscienza politica è più elevata. (a parte che noi siamo già del gatto) […]

  3. […] fanno solo l’interesse loro e delle banche? […]


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